Le neuroscienze e la Regolazione affettiva. - Associazione Essere Con
05 ottobre 2019

Le neuroscienze e la Regolazione affettiva.

Le neuroscienze e la Regolazione affettiva.

Le neuroscienze e la Regolazione affettiva.

A cura di Ivano Frattini

 

Neuroscienze Affettive: Un’introduzione.

 Il discorso sulla relazione mente-corpo e sulle implicazioni che ne derivano per la psicoterapia, si tinge oggi di connotazioni particolari perché, anche a seguito del recente, straordinario sviluppo delle neuroscienze, è tornata prepotentemente alla ribalta l’esigenza di una concezione unitaria dell’individuo umano. In realtà tutta la cultura occidentale, da Platone a Cartesio fino alla scienza moderna, si è costruita su frammentazioni e dicotomie, a cominciare da quella fondamentale tra anima e corpo. Ciò è avvenuto perché, dalla filosofia greca in poi, la “psiche” ha rappresentato il luogo del riconoscimento della “identità” del soggetto. Ma questo luogo di identificazione contiene già il principio della separazione perché come coscienza di sé, la “psiche”, comincia a pensarsi per sé e quindi a separarsi dalla propria corporeità E il corpo viene allora ridotto a “oggetto”, a puro aggregato di organi: è con questo sguardo “oggettivante” che la scienza medica ha abitualmente affrontato il corpo e le sue manifestazioni, precludendosi, così, la possibilità di spiegarne i fenomeni, se non come meri accidenti biologici, in cui ciò che è inesorabilmente tagliato è il rapporto del corpo col mondo e quindi con le modalità del suo vivere. Ma negli ultimi quindici anni una imponente messe di dati provenienti, in particolare, dalle ricerche compiute nel campo delle neuroscienze e della clinica psicoterapeutica in particolare quella psicoanalitica, ha provocato una vera rivoluzione scientifica che ha riproposto la necessità del superamento di quelle separazioni e dicotomie tra psiche e soma, non più sulla base di astratte valutazioni di principio sulla “inscindibile unità psicosomatica dell’individuo”, ma sulla base di documentate evidenze scientifiche. Emozione, sentimento, regolazione biologica, lungi dall’essere antagonisti o intrusi nel mondo della ragione, hanno, al contrario, un ruolo nel funzionamento della mente umana, che di essi si nutre, e, attraverso essi, si radica nel corpo e nei suoi rapporti con l’ambiente. Ecco perché Damasio può ancora affermare che “i processi fisiologici che noi chiamiamo ‘mente’ derivano da un insieme strutturale e funzionale, piuttosto che dal solo cervello: soltanto nel contesto dell’interagire di un organismo, cioè dell’intero corpo, con l’ambiente, si possono comprendere appieno i fenomeni mentali” (Damasio, 1995). “Quando si parla di cervello e di mente – scrive ancora Damasio – non è consuetudine fare riferimento agli organismi. Di fronte all’evidenza che la mente scaturisce dall’attività dei neuroni, si discute solo di questi, come se il loro funzionamento potesse essere indipendente da quello del resto del corpo. Ma via via che studiavo i disturbi della memoria, del linguaggio e della ragione, presenti in numerosi esseri umani colpiti da lesioni al cervello, sempre più mi si imponeva l’idea che l’attività mentale, nei suoi aspetti più semplici come in quelli più alti, richiede sia il cervello sia il resto del corpo. Quest’ultimo, a mio avviso fornisce al primo molto più che un puro sostegno e una modulazione: esso fornisce la materia di base per le rappresentazioni cerebrali. L’anima respira attraverso il corpo e la sofferenza, che muova dalla pelle o da un’immagine mentale, avviene nella carne” (Damasio 1995, p. 25). Le neuroscienze hanno cominciato a porsi i problemi che sono, da sempre, al centro della riflessione psicoanalitica, ad iniziare da come la mente possa riuscire fare proprie le immagini, le percezioni e le sensazioni a cui viene sottoposta. In psicoanalisi questo momento iniziale è stato definito della nascita del Sé e della soggettività. Creare una sinergia fra la psicoanalisi e le neuroscienze è molto importante per capire e comprendere meglio anche i processi che avvengono in terapia. Non si tratta certo di ridurre o quantomeno rendere uguali la teoresi psicoanalitica alle neuroscienze, bensì di mostrarne la compatibilità con i risultati di queste altre: cosa che conforta, mentre le incompatibilità obbligano a ripensamenti, partendo dalle precisazioni concettuali necessarie alla traduzione dei termini di una disciplina in quelli dell’altra, ma anche il neuroscienziato deve sentirsi a sua volta stimolato dai dati offerti dalla clinica a condurre ulteriori ricerche. Rilevanti avanzamenti dice Bottaccioli (2018) nella ricerca biologica hanno sottratto le scienze e le professioni “psi” dal limbo della non scienza e degli interventi sanitari empirici, senza fondamento certo. Ma le neuroimmagini e l’epigenetica hanno anche un altro effetto: smentiscono in modo inequivocabile la tesi dell’identità mente-cervello. Dimostrano, invece, che la dimensione psichica – che indubitabilmente sorge dal livello cerebrale e che è influenzata e plasmata dall’insieme dei network biologici (Damasio, 2018) – retroagisce sulle funzioni e sull’assetto dei circuiti cerebrali, modificandoli nel bene e nel male. Le neuroscienze sono quindi essenziali alla psicologia, ma esse non sono una realtà omogenea: diversi modelli, riduzionisti e sistemici, operano e competono al suo interno. La psicologia ha bisogno di una neuroscienza non riduzionista, la cui affermazione in campo scientifico essa può e, deve sostenere con decisione. Ma è vero anche il contrario: le neuroscienze, se vogliono avanzare nella comprensione del funzionamento del cervello, hanno bisogno della psicologia e cioè di adottare un paradigma che contempla l’interazione bidirezionale psiche-sistemi biologici, dentro cui studiare l’attività cerebrale. Possiamo sinteticamente prima di considerarli più approfonditamente fare una breve disamina dei maggiori esponenti delle Neuroscienze Affettive, Schore, Pankseep, LeDoux e Damasio. Tratteggiamo prima un breve schema (per orientarci) classificatorio delle emozioni/affetti. Possiamo distinguere gli affetti/emozioni in: - Emozioni primordiali o affetti primari secondo Hill (2017) provocate dagli enterocettori che forniscono informazioni sull’interno del corpo per assicurare la sopravvivenza: fame sete, fame d’aria, sensibilità al freddo, mancanza di sonno, orgasmo, etc., e che Damasio (1999) definisce emozioni di fondo ma che attivano anche gli organi vitali attivando il sistema nervoso autonomo SNA. - Emozioni di base o categoriali, descritte da Darwin e Pankseep, esse sono provocate dagli esterocettori (occhi, orecchie, naso, pelle etc.,) che forniscono informazioni dall’esterno del corpo, dal mondo: paura, rabbia, sorpresa, disgusto, gioia tristezza. Queste sono i nostri mezzi di comunicazione più potenti comuni a tutta l’umanità ed anche tra i mammiferi. - Emozioni secondarie o sociali o complesse (sentimenti): vergogna, colpa, orgoglio, gelosia, invidia, rimorso, odio, amore, etc.

Iniziamo dalle posizioni di LeDoux. Per questo autore le emozioni di base e specificatamente la paura sono processi non consci, impliciti e, geneticamente programmati anche se modificabili coll’apprendimento che è molto definire come circuiti difensivi di sopravvivenza le cui afferenze alla corteccia prefrontale interagendo con la memoria di lavoro danno luogo al sentimento della paura. Secondo LeDoux solo con l’interessamento della corteccia si può avere la coscienza e quindi la consapevolezza di un’emozione che, per chiarezza, egli stesso definisce consapevolezza emotiva, ovvero sentimento. La sua critica alla posizione di Pankseep e in parte di Damasio consiste che anche se tutti concordano sulla presenza di rappresentazioni sottocorticali che forniscono emozioni grezze o di base che abbiamo in comune con altri animali, il loro convincimento è unicamente basato sulla similarità dei circuiti sottocorticali intraspecie ma essi non portano evidenze dirette dell’esistenza della coscienza e quindi di sentimenti negli animali. Secondo il pensiero di Damasio (2010) le mappe del proto-sé immagazzinano informazioni sullo stato del corpo, mentre un’altra mappa quella sull’ambiente; entrambe poi confluiscono su una terza mappa che chiama sé nucleare che attraverso le reazioni del proto-sé valutano o marcano la mappa dell’ambiente.. Questo in sintesi è l’ipotesi di Damasio del marcatore somatico cui però non corrisponde il sentimento che rimane una conquista neocorticale perché richiede autocoscienza e memoria autobiografica. Successivamente lo stesso Damasio ha poi riconosciuto che gli animali più vicini all’uomo come i primati sono probabilmente dotati di sentimenti emotivi e quindi di consapevolezza cui darebbero un contributo notevole le regioni sottocorticali. Per Pankseep le emozioni si dividono in tre gruppi ( a parte le emozioni omeostatiche e sensoriali come la fame e la sete, il freddo, il desiderio sessuale che non creano problemi teorici riguardo al problema della coscienza):

1- Le sette emozioni di base che sono dovute all’attività neurale di base di strutture cerebrali sottocorticali profonde e mediane evolutivamente antiche che condividiamo con altre specie animali; 2- Le emozioni di processo secondario che corrispondono alle emozioni di base modificate dall’apprendimento nel contatto con l’ambiente a partire dalla nascita e sempre situate nel sistema limbico ma nella parte evolutivamente più recente. 3- Le emozioni di processo terziario o neocorticali dove le emozioni di processo primario e secondario incontrano i processi cognitivi e riflessivi corticali frontali dando luogo alla elaborazione conscia dei sentimenti e legati alla verbalizzazione. Quindi per Pankseep, le emozioni di base o di processo primarie sono strumentali ancestrali, innati, forniti dall’evoluzione per la sopravvivenza e corrispondono a “valori evolutivi intrinseci”. Secondo Pankseep, le teorie del feedback periferico degli affetti che affermano che essi sarebbero solo valutazioni cognitive corticali secondarie a modificazioni corporee in reazione all’ambiente, sarebbero prive di sostegno. Tramite i processi terziari, la corteccia e le funzioni cognitive in essa attive riescono a comprendere, nominare ed elaborare le emozioni primarie e secondarie di origine sottocorticale. Un altro autore che verrà preso in considerazione nella nostra trattazione è Allan Schore. Per Schore, neuroscienziato e psicologo clinico, il linguaggio corporeo delle emozioni è una comunicazione non verbale, implicita e dovuta alle attività dell’emisfero destro. Questo autore non fa distinzione fra le varie categorie degli affetti ma le emozioni sono essenzialmente non corticali e non legate al linguaggio verbale a differenza della teoria di LeDoux. Nei suoi scritti emerge sempre l’importanza della memoria degli affetti corporei “embodied” che definisce l’”inconscio affettivo” e sugli scambi affettivi tra esseri umani dove la parola ha un impatto minimo. Egli infatti teorizza sulla base di evidenze sperimentali come sia possibile una comunicazione diretta da emisfero destro a emisfero destro (per lui questa è la sede dell’identificazione proiettiva) attraverso il copro e il linguaggio non verbale della mimica, dei gesti, del tono della voce, non diversamente dalla ricca interazione affettiva tra infante e caregiver nel primo anno di vita. Questo autore porta in sede neuroscientifica dandogli una consistenza neuroscientifica a tutto il pensiero teorico –clinico- evolutivo degli autori psicoanalitici (ed anche di altri che non abbiamo trattato direttamente) che abbiamo fin qui incontrato. Quindi Schore e Pankseep concordano sulla natura sottocorticale(sistema limbico). Mentre un unico punto di convergenza tra tutti è l’accettazione dell’esistenza dell’importanza dei contributi sottorticali ai sentimenti emotivi e alla coscienza.

Ora prenderemo in esame vari autori che hanno contribuito ad arricchire negli ultimi anni con i loro lavori le neuroscienze affettive.

Damasio, Pankseep, LeDoux.

Antonio Damasio

Inizieremo attraverso un’intervista a Damasio recente apparsa sul quotidiano “Repubblica” nel maggio 2018. Ne riportiamo un breve estratto: “Lei è molto critico verso l'algoritmo e la logica 0-1, il digitale. Di questi tempi, con la crescita del web, il potere delle multinazionali digitali e la corsa ai big data, la sua è una posizione eretica. «L'intelligenza umana non è soltanto cognitiva, ma anche affettiva. In assenza di affettività, l'intelligenza umana è limitata, come anche l'intelligenza artificiale. I sistemi digitali, come sono implementati attualmente nei dispositivi di intelligenza artificiale e nei robot, non hanno la possibilità di provare sentimenti. Non sono organismi viventi e non sono soggetti alla morte. Possono sopravvivere in eterno e non provare mai nulla, buono o cattivo che sia. Si possono simulare emozioni nei robot, per esempio, ma simulare non significa duplicare. L'idea che i robot, così come sono concepiti attualmente, possano avere esperienze mentali è falsa. Mi fa molto piacere essere considerato eretico».

In effetti, noi siamo menti non perché manipoliamo simboli come un computer, ma perché siamo corpi sensibili che vedono colori e distinguono suoni - e ogni nostra sensazione è peculiare. E' quel che dice, come vedremo in seguito, Edelman, quando ripete che il nostro pensiero è sempre incorporato: non solo nel senso che pensiamo con una parte del corpo qual è il cervello, ma anche nel senso che è il nostro corpo a dare significato ai nostri pensieri. Il significato nasce quindi dalla nostra concreta interazione con gli altri e con le cose, vale a dire con una serie potenzialmente infinita di eventi senza limiti precisi. Ogni significato dice Damasio “di "rosso", "quadrupede", "silenzio", "Vienna", ecc. - non può prescindere dal nostro corpo e dalla storia della vita di questo corpo.

Il Sé viene alla mente. Gli interrogativi basilari del campo delle neuroscienze, a cui Damasio tenta di rispondere con le sue ipotesi in questo nuovo libro, sono sostanzialmente due: come fa il cervello a costruire una mente? E come fa il cervello a dotare quella mente di coscienza? Rispetto ai suoi libri precedenti, a cominciare dal famoso L’errore di Cartesio del 1994, in questo lavoro Damasio rimette in discussione alcune sue idee sulla natura del sentire e sulla costruzione del sé. Riprendendo criticamente gli studi di William James sul processo del sé, egli sostiene che il sé-soggetto (cioè la coscienza di sé nella mente) scaturisce dal sé-oggetto (o io materiale) prodotto dal cervello. Presupposto di tutto questo è che il sé (o me, o io) della coscienza scaturisca dall’evoluzione del cervello, come ormai viene riconosciuto dalla neurobiologia della coscienza nonostante le dispute filosofiche tuttora in corso sull’equivalenza o meno del cervello e della mente. Per dimostrare ciò, ci si serve delle ricerche nel campo delle lesioni cerebrali, nonché di tecniche di neuroimmagine funzionale, della stimolazione magnetica transcranica e delle terapie neurochirurgiche. Il cervello è strettamente legato al corpo, e questo a sua volta è indispensabile per l’affiorare della mente dotata di coscienza. La coscienza di sé non emerge tutta in una volta, ma comincia ad affiorare nel proto-sé, la struttura cerebrale che rappresenta delle mappe, cioè le prime immagini mentali delle funzioni corporee da cui scaturiscono a loro volta i sentimenti primordiali. Le strutture che creano le mappe e le immagini sono localizzate a livello subcorticale nel tronco encefalico superiore. Quindi, secondo Damasio, il cervello comincia a costruire la mente cosciente nel tronco encefalico, e i sentimenti primordiali che ne scaturiscono sono le manifestazioni immediate della capacità di sentire in funzione del corpo. Qui non abbiamo ancora la coscienza, che ha inizio quando il sé affiora alla mente, in particolare nel sé nucleare (che riguarda la relazione fra l’organismo e l’oggetto mappato) e nel sé autobiografico. Il sé scaturisce dall’intervento di numerose aree cerebrali della corteccia cerebrale e delle strutture subcorticali e non dev’essere considerato il punto di partenza del processo, ma semmai un punto di arrivo. In altri termini, il sé inizia a guidare l’organismo dopo essere stato creato spontaneamente quando il cervello comincia a generare sentimenti primordiali che permettono agli organismi di acquisire una primitiva capacità di sentire. La mente cosciente «emerge nella storia della regolazione della vita – un processo dinamico sinteticamente indicato con il termine di omeostasi –, la quale ha inizio in creature unicellulari come i batteri o le semplici amebe, che pur non avendo un cervello sono capaci di comportamenti adattivi». (pp. 40-41) Gli esseri umani, in particolare, con la nascita della cultura, hanno aggiunto all’omeostasi biologica l’omeostasi socioculturale finalizzata allo stesso obiettivo della sopravvivenza degli organismi. Qui Damasio ci invita alla consapevolezza che la mente cosciente è radicata nel cervello, e quindi la cultura deve recuperare la sua base biologica: è una connessione importante, in vista della riconciliazione tra cultura umanistica e scientifica. Secondo Damasio, la gestione non cosciente dei processi vitali costituisce il modello degli atteggiamenti e delle intenzioni della mente cosciente. Qual è allora il ruolo dei neuroni? Essi, a differenza delle altre cellule, possono produrre segnali elettrochimici che sono in grado di modificare ciò che queste fanno. Negli organismi pluricellulari complessi, come l’uomo, i neuroni mimano la struttura di alcune parti del corpo a cui appartengono, mappandolo e creando così un doppio neurale. L’omeostasi dell’organismo richiede motivazioni e incentivi: quando le mappe cerebrali registrano che i tessuti corporei si discostano significativamente dall’intervallo omeostatico, avvertiamo dolore (e punizione); quando operano nella parte più favorevole dell’intervallo, avvertiamo piacere (e ricompensa). Tutto questo avviene in modo inconscio, ma il cervello è sorto e si è evoluto proprio per gestire al meglio i processi vitali all’interno di un corpo. Nell’uomo, in cui la complessità cerebrale ha fatto scaturire la coscienza, l’adattabilità è aumentata praticamente in qualsiasi ambiente, a differenza delle altre specie, grazie alle strategie che il nostro cervello è in grado di mettere in campo per risolvere i problemi legati alla vita e alla sopravvivenza. Oltre a gestire i processi vitali, il cervello umano ha la capacità di creare mappe di informazione corrispondenti a immagini che si modificano in base al nostro movimento. Le aree corticali creano mappe dettagliate, ma anche alcune strutture subcorticali (come ad esempio i corpi genicolati, i collicoli, il nucleo del tratto solitario e il nucleo parabrachiale) sono in grado di creare mappe. Gli studi recenti di neuroimmagine stanno cercando di indagare la relazione tra le immagini cerebrali e gli oggetti che ne stimolano la creazione, anche se le immagini sono necessariamente private in quanto disponibili soltanto nella mente in cui si formano. Le ricerche di Damasio lo hanno portato a pensare non solo che le immagini della mente sono legate fra loro in modo logico, ma soprattutto che si formano anche quando non siamo coscienti, influenzando in qualche modo il nostro pensiero e le nostre azioni. In altri termini, «le immagini sono basate su cambiamenti che hanno luogo nel corpo e nel cervello durante l’interazione fisica con un oggetto. I segnali inviati dai sensori distribuiti nel corpo creano configurazioni neurali che mappano l’interazione dell’organismo con l’oggetto». Senza dubbio le immagini sono create dalla corteccia cerebrale (a partire dalle cortecce sensoriali di ordine inferiore interessate alla visione, all’udito, alla sensazione somatica, al gusto e all’olfatto), ma la suggestiva tesi dell’autore è che esse, e quindi le prime manifestazioni della mente, affiorano già a partire dal tronco encefalico insieme ai sentimenti primordiali. Anzi, è proprio dal nucleo del tratto solitario e dal nucleo parabrachiale del tronco encefalico che nascono i costituenti primordiali della mente, a partire dai sentimenti di dolore e piacere basati su afferenze provenienti direttamente dal corpo. Le ricerche di Damasio si basano in particolare su pazienti che hanno subito lesioni nelle cortecce insulari o in alcune funzioni del tronco encefalico, nonché su bambini nati senza corteccia cerebrale. Le ricerche di Damasio e colleghi hanno dimostrato che i sentimenti di dolore e piacere permangono anche in soggetti che hanno subito lesioni in entrambe le cortecce insulari e nei bambini nati senza corteccia cerebrale, in quanto rimangono attivi i due nuclei del tronco encefalico menzionati sopra e il grigio periacqueduttale (GPA) che si trova nelle loro vicinanze. Quindi la capacità di sentire, i sentimenti e le emozioni non hanno origine nella corteccia cerebrale, ma nel tronco encefalico. Nella creazione della mente soltanto alcune regioni interconnesse del sistema nervoso centrale sono coinvolte direttamente e indirettamente. Gli stati mentali non nascono in un’area cerebrale distinta dalle altre, ma dallo scambio di segnali tra numerose regioni. La capacità del nostro cervello di creare mappe delle strutture corporee, che sono il substrato delle immagini mentali, gli permette di introdurre il corpo nel processo della mente come suo contenuto. Non solo, ma le immagini del corpo rappresentate dalle mappe sono in grado di influenzare con una certa costanza lo stesso corpo da cui hanno origine. Il corpo funge in un certo senso da medium tra il cervello e la rappresentazione del mondo esterno. Oltre a mappare gli stati del corpo, il cervello può anche trasformarli e simulare quelli che non si sono ancora verificati. Cervello e corpo dunque si influenzano a vicenda. Le mappe percettive dei nostri stati corporei diventano sentimenti corporei grazie all’esistenza di sentimenti primordiali (che nascono dai nuclei del tronco encefalico superiore e che sono parte integrante dei meccanismi di regolazione dei processi vitali) che precedono qualsiasi interazione fra i meccanismi di regolazione dei processi vitali e gli oggetti. Il cervello inoltre è in grado di creare mappe che simulano certi stati del corpo (in un certo senso li anticipano) come se si stessero effettivamente verificando. Secondo Damasio i cervelli complessi, per simulare i propri stati corporei, si servono di un circuito fisiologico «come se», da cui deriva anche la capacità di simulare gli stati corporei equivalenti negli altri in base alla funzione dei neuroni specchio. Noi entriamo in relazione con gli altri non soltanto con il linguaggio e le immagini visive, ma innanzitutto mediante le azioni con cui possiamo rappresentare i movimenti altrui. Il corpo da cui parte la mappatura del cervello è alla base del processo del sé della mente cosciente e delle rappresentazioni del mondo esterno. A livello concettuale, Damasio distingue le emozioni dai sentimenti: «Mentre le emozioni sono azioni accompagnate da idee e da particolari modalità di pensiero, i sentimenti delle emozioni sono perlopiù le percezioni di quello che il nostro corpo fa mentre l’emozione è in corso, unite alla percezione del nostro stato mentale in quel medesimo lasso di tempo». (p.144) L’innesco delle emozioni avviene tramite immagini o eventi presenti o rievocati. I sentimenti delle emozioni sono in genere percezioni del nostro stato corporeo durante un’emozione e trovano il loro substrato nei sentimenti primordiali prodotti nelle regioni somatosensoriali del tronco encefalico superiore e della corteccia cerebrale (in quest’ultima la regione principale coinvolta è la corteccia dell’insula). Le variazioni nelle mappe generate in queste regioni dà origine alla mappatura del sentimento dell’emozione. . Il cervello umano produce continuamente un’enorme quantità di immagini e si serve della tecnica del montaggio per selezionarle e ordinarle in sequenza, tenendo conto che solo una piccola parte di esse può essere attiva e ricevere attenzione data la scarsità dello spazio delle immagini. Perciò nell’evoluzione sono emerse strategie in grado di selezionare automaticamente le immagini più importanti per la gestione dei processi vitali in corso associandole alle emozioni. Da qui la sua ipotesi delle emozioni concepite come marcatori somatici, che si applica a qualunque tipo di immagine indipendentemente dal suo essere consapevole o inconsapevole. Damasio sostiene infatti che le strategie si svilupparono prima che si sviluppasse la coscienza, quindi a livello inconscio. Lo sviluppo della coscienza fu favorito perché aumentò la capacità di gestire i processi vitali favorendo le probabilità di sopravvivenza. «L’apparato di elaborazione delle immagini potè allora essere guidato dalla riflessione e usato per l’anticipazione efficace delle situazioni, la previsione dei loro possibili esiti, l’orientamento nel futuro possibile e l’invenzione di soluzioni per la gestione della vita» (p. 225). Alla base della coscienza vi sono dunque i processi inconsci automatici che regolano i processi vitali. La mente è il risultato naturale dell’evoluzione, conosciuta imperfettamente dalla coscienza di un sé interno che dipende per molti aspetti dall’inconscio, di cui Freud è stato il primo grande studioso. Agli occhi di uno psicoanalista dice Mancia (2005), il discorso di Damasio non può non apparire molto riduttivo e privo di qualsiasi riferimento all'istanza che per la psicoanalisi muove il mondo psichico e il comportamento umano: l'inconscio. C'è, nel corso del volume, qualche sporadico riferimento a Freud, ma è completamente assente la cultura psicoanalitica, o un qualsiasi richiamo alla dimensione inconscia, rimossa e non rimossa, alla cui organizzazione per altro partecipa il corpo, non solo come entità organica fatta di carne e sensori, ma anche come produttore di suoni vocali e come veicolo di emozioni ed affetti. Nell'ambito di una discussione più completa sulla relazione/integrazione mente-cervello-corpo, Damasio non ha introdotto nel suo scritto il problema della memoria (esplicita ed implicita) e pertanto non ha introdotto il concetto di inconscio come una delle funzioni fondamentali della mente in grado di influenzare la stessa coscienza. Seguendo il suo stesso pensiero che le aree somatosensoriali possano essere considerate le «centraline» di esperienze che attivano l'amigdala e i circuiti dell'emozione e dei sentimenti, è possibile avanzare l'ipotesi che dalle stesse aree partano informazioni che attivano simultaneamente anche i circuiti della memoria esplicita ed implicita. Pertanto le esperienze somatosensoriali relative alle relazioni primarie più precoci, non possono non coinvolgere, insieme alle emozioni e agli affetti, quelle esperienze anche più traumatiche depositate nella memoria implicita. La conseguenza di questo complesso processo è l'organizzazione di una funzione inconscia non rimossa della mente su cui successivamente nel tempo si strutturerà l'inconscio legato alla rimozione.

Jack Pankseep.

La base innata delle espressioni emotive è confermata dall’osservazione che anche bambini ciechi e sordi dalla nascita presentano lo stesso sistema espressivo dei bambini privi di questi deficit. Naturalmente, con il passare dei mesi, le risposte emotive che all’inizio sono automatiche, “senza oggetto”, diventano presto reazioni emotive correlate ad una “ rappresentazione d’oggetto” che le elicita, a partire da un “ricordo” memorizzato nella corteccia cingolata, implicito e procedurale (Schore, Stern). Le emozioni sarebbero implicate in tutte le attività della mente. È pertanto artificiale separare le cognizioni dalle emozioni. Mondo cognitivo e mondo affettivo interagiscono tra di loro in modo così rilevante che diventa difficile “distinguerli”. Sebbene siano elicitate in precisi circuiti sottocorticali, non sono circoscritte a determinati nuclei od aree cerebrali specifiche; le stesse regioni sottocorticali e limbiche sembrano mediare attività che influenzano poi, con processo “bottom-up”, la maggiore parte delle funzioni del cervello e dei processi della mente. Il sistema limbico è responsabile dei meccanismi che portano all’attribuzione di significati e valori agli stimoli, ed è anche implicato nel sistema di elaborazione delle informazioni che, dai primi mesi di vita, media le funzioni cognitive relazionali – incluse la capacità di riconoscere i volti, i caregivers della relazione d’attaccamento e, poi, di sviluppare la «teoria della mente». Le emozioni hanno in conclusione un’importanza fondamentale nella crescita individuale, in quanto, come scrive Dodge (1991), tutti i processi di elaborazione delle informazioni sono basati sull’emozione, poiché l’emozione è l’energia che dirige, organizza, amplifica e modula l’attività cognitiva, e a sua volta costituisce l’esperienza e l’espressione di tale attività. Sinteticamente: a) le emozioni giocano un ruolo fondamentale nella regolazione degli organismi e portano alla creazione di circostanze vantaggiose per l’individuo che le esibisce; b) le emozioni concernono la vita di quell’organismo e lo assistono nel mantenimento della sua esistenza, sono quindi molto adattative; c) le risposte emozionali sono responsabili di cambiamenti dello schema corporeo e nello schema cerebrale: sono accrescitive; d) un solo stimolo, di qualsiasi tipo, per esempio uno stimolo che potrebbe spaventarci o renderci felici, una volta attivo – e molto spesso può esserlo in modo non conscio – elicita un insieme di risposte che alterano lo stato in cui si trovava l’organismo prima dell’inizio dell’interazione dello stimolo con l’organismo; e) l’insieme di questi cambiamenti costituisce il substrato per il sentimento soggettivo (vissuto) e per la successiva “rappresentazione” ed elaborazione delle emozioni ai livelli corticali associativi. Da un punto di vista neurobiologico, possiamo considerare tre livelli sovrapposti dell’attivazione emotiva: a) il primo livello del continuum corrisponde alla regolazione basica della vita, gli affetti omeostatici e sensoriali secondo Panksepp: include i processi metabolici che avvengono in modo non conscio, con risposte istintuali che portano alla percezione di fame o di sete, o di stanchezza..., e con tipi di segnali che permettono di sentire ciò che noi chiamiamo piacere o dispiacere. b) il set di emozioni al livello medio, che Panksepp definisce come affetti emotivi, è più complesso, le risposte sono contenute, come abbiamo detto, in schemi di reazione (patterns), sono connesse a particolari tipi di stimoli attivanti provenienti dall’esterno dell’organismo, e quelle stesse risposte – paura, rabbia, ricerca, ecc. – attivano uno schema comportamentale – un pattern di risposta – che prepara l’organismo ad affrontare un certo problema. Panksepp definisce questi pattern di risposta “sistemi emozione-azione, intenzioni – in – azione”. a) e b), distinti in Damasio, sono invece unificati in Pankesepp, e costituiscono gli “affetti di base primordiali di processo primario”. È a questo livello che Panksepp dedica la gran parte delle le sue ricerche di base, che gli permetteranno poi, di formulare una raffinata concezione complessiva della Mente – che comprende anche i due livelli successivi dell’elaborazione emotiva: gli Affetti di processo Secondario, correlati al sistema limbico, e gli Affetti di processo Terziario – correlati alle funzioni di consapevolezza neocorticali. Visione della Mente che lui stesso avvicina alla teoria psicoanalitica dei processi mentali. Dal testo fondativo del 2008 fino al libro “Archeologia della mente del 2012, Panksepp sviluppa un modello della biologia delle emozioni, proponendo una stratificazione, come abbiamo già accennato, in tre livelli: • Processi emozionali primari, localizzati nella regione pontina e mesencefalica, corrispondenti alle “risposte incondizionate” (UCS) e definite nei sette “Sistemi emozionali di base” (per esempio il topolino ha paura sentendo l’odore di un pelo di gatto senza averlo mai incontrato prima). • Processi emozionali secondari, che scaturiscono dal semplice apprendimento emotivo associativo, come nel classico condizionamento operante, elaborate nei gangli della base e nel sistema limbico (per esempio il topolino si spaventa al solo entrare nella stanza nella quale aveva avuto paura sentendo l’odore del pelo di gatto, o ha paura del suono dopo che il suono era stato associato alla scossa). • Processi emozionali terziari, embricati con i processi cognitivi, che caratterizzano l’elaborazione delle informazioni emotive – i sentimenti complessi, terziari – nell’attività di pensiero, riflessiva e progettuale, localizzati nelle reti associative delle regioni frontali e prefrontali della neocorteccia. Panksepp si è dedicato soprattutto allo studio dei processi emozionali primari: le reazioni di paura, o di piacere o di rabbia o di desiderio o di panico/pena ecc. che compaiono automaticamente all’arrivo di uno stimolo, in principio mai conosciuto, ma che viene riconosciuto come emotivamente importante in base ad un sapere innato, codificato nella memoria genetica. Questa memoria ancestrale, frutto delle acquisizioni evolutive, è una sorta di “sapere di base” fondamentale per muoversi nel mondo fin dai primi istanti di vita, riconoscendo e reagendo a stimoli specifici che accendono “emozioni” significative, oltre che reazioni comportamentali. È un sistema che “conosce” in modalità “anoetica”, che inizia subito a filtrare gli stimoli, e a qualificarli come importanti o meno in base alla valenza emotiva positiva o negativa sull’asse piacere/dispiacere e alla qualità emotiva (dolore, paura, euforia, tenerezza...), passandoli poi così valenziati al successivo livello, secondario, per l’eventuale consolidamento dell’informazione nella memoria – l’apprendimento per associazione – e infine ai livelli neocorticali di rappresentazione affettiva simbolizzata, verbale e conscia. Le strutture cerebrali in questione includono l’Ipotalamo, l’area Tegmentale Ventrale, i Nuclei Parabrachiali, il Grigio Periacquedutttale (PAG), i nuclei del Rafe, i nuclei del Locus Coeruleus. Queste stazioni sottocorticali, alle quali afferiscono come prima tappa gli stimoli sensoriali estero o enterocettivi, soprattutto i nuclei del Talamo e dell’Ipotalamo, possono attivare i circuiti emozionali primari, i quali rispondono con una reazione soggettivamente vissuta come paura, collera, desiderio ecc., e fisiologicamente organizzata in uno schema di riposta rapida (fuga, attacco, gioco, esplorazione, ricerca di contatto...); inoltre, dal Talamo direttamente, e dai nuclei sottocorticali (PAG, Stria Terminale, Ipotalamo ecc.) per vie polisinaptiche, l’informazione viene inviata con afferenze al sistema limbico e alla corteccia somatosensoriale, da questa alle aree associative, che le elaborano in significazioni complesse, simboliche e verbali. I nuclei emozionali sottocorticali sono la prima stazione nel percorso di formazione delle rappresentazioni emotivo/cognitive, prima semplici “engrammi” (Imbasciati, 2014) pre-simbolici, poi rappresentazioni simboliche, poi sentimenti correlati a rappresentazioni di livello verbale (Bucci, 1997). Una caratteristica unica e molto importante riguarda il PAG. Nella sua parte ventrale si generano sensazioni di piacere, mentre nella sua parte dorsale si genera dispiacere. I gradi di piacere e dispiacere determinano l’assetto qualitativo di base all’interno del quale viene provato il “senso” delle emozioni. Ricapitolando, questi sono i livelli di controllo per il processamento delle emozioni affettive: 1. EMOZIONI DI PROCESSO PRIMARIO, affetti di base primordiali (sottocorticali) - Affetti emotivi (emotion action systems; intentions-in-actions); - Affetti omeostatici (fame, sete, etc, mediate dagli enterocettori). 2. EMOZIONI DI PROCESSO SECONDARIO (Apprendimento emotivo mediato dai gangli della base/sistema limbico) - condizionamento classico; - condizionamento operante e strumentale; - abitudini emotive. 3. AFFETTI DI PROCESSO TERZIARIO e funzioni di consapevolezza corticali Funzioni emotivo/cognitive ed esecutive: pensiero e pianificazione. “Intenzioni – in – atto”. In questa gerarchia di processi, quindi, gli affetti di processo primario attivano e controllano i meccanismi di codificazione e apprendimento degli affetti di processo secondario (rappresentazione e memoria emotiva), e, insieme, si combinano con le cognizioni di ordine superiore in un complesso e raffinato scenario mentale di processo terziario, simbolico-verbale. A questo livello alto, neo-corticale, affetti e idee sono poi l’esito dell’elaborazione e dell’integrazione dei processi precedenti; a loro volta, i processi di livello terziario, neocorticale, con la loro caratteristica narrazione verbale, esercitano una potente regolazione discendente, riflessiva, interpretativa, inibitoria e selettiva sulle reazioni emozionali di base. Ci sono molte classificazioni delle emozioni di livello primario: gli esempi meglio conosciuti sono costituiti dalle emozioni che determinano le condotte di (a) ricerca del cibo, (b) esplorazione e ricerca, (c) congelamento e fuga, (d) attacco aggressivo, (e) cura della prole, (f) angoscia di separazione, e (g) gioco, corrispondenti ai vissuti di RABBIA, PAURA, TRISTEZZA (emozioni legate a sensazioni spiacevoli e quindi evitate), di RICERCA/INTERESSE, DI DESIDERIO SESSUALE, DI PRESA IN CURA e di GIOCO. Queste ultime emozioni sono vissute come positive e quindi ricercate. Le sette emozioni fondamentali sono inquadrate da Panksepp nei sette sistemi affettivi di base, ciascuno fondato su un neurocircuito a livello dei nuclei sottocorticali, tronco-encefalici e mesencefalici: 1) il sistema della RICERCA, (SEEKING), è caratterizzato da una spinta all’esplorazione persistente, da un avvicinamento e impegno nei confronti del mondo; 2) il sistema della RABBIA (ANGER) e della dominanza, mediato da testosterone e dalla serotonina; 3) il sistema della PAURA (FEAR) e dell’ansia, mediato dal cortisolo, dal gaba e dalle amine biogene; 4) il sistema della SESSUALITÀ (LUST) legato agli ormoni sessuali; 5) il sistema della CURA (CARE) e dell’amorevolezza, mediato dall’ossitocina e dagli oppioidi; 6) il sistema della TRISTEZZA, (PANIC/GRIEF), del panico e della solitudine affettiva, conseguenti alla perdita di cure, con reazioni mediate dal glutammato, dal cortisolo, dalle amine biogene; 7) il sistema della GIOCO, (PLAY) della fantasia e della gioia, legati alla dopamina e all’endorfina.

Sistemi emotivi primari e coscienza

Di concerto con lo studio e la descrizione dei circuiti emozionali primari di Panksepp si interroga sulla presenza e sulla qualità della coscienza emotiva, e formula la tesi che gli animali e l’uomo, quando sperimentano emozioni primarie, ne abbiano già coscienza, prima che intervenga la “lettura corticale” dell’emozione (a differenza di quanto sostenuto da altri ricercatori, tra cui Le Doux). I nuclei mesencefalici del PAG, del talamo, dell’ipotalamo ecc... non sono solo reti di riflessi, di configurazioni neurochimiche, ma costituiscono una rete che genera coscienza. Una coscienza emotiva basilare, anoetica. Gli animali possono avere una grande quantità di esperienze fenomeniche, consce affettivamente e percettivamente, anche senza capacità di riflettere su tali esperienze. Un approccio evolutivo alla coscienza, che ne consideri i diversi livelli, ci permette di capire come accada che stati affettivi interni possano manifestarsi come coscienza fenomenica, senza che il soggetto riconosca cognitivamente i sentimenti associati. Inoltre, poiché nel cervello le funzioni superiori possono inibire le funzioni inferiori (e viceversa), possiamo vedere come certe forme dell’esperienza fenomenica possano essere rese temporaneamente inconsce mediante influenze attive in senso inibitorio, compreso l’utilizzo di meccanismi di rimozione (Panksepp, 2012, p. 9). Panksepp non può non riconoscere, nei suoi esperimenti, che animali e uomini siano coscienti di ciò che provano quando vengono stimolati nelle aree emotive, e per poterlo spiegare propone un modello di classificazione della coscienza in tre livelli, basandosi sulla ben nota suddivisione della coscienza di Endel Tulving in tre forme: a) coscienza anoetica (forma di esperienza non riflessiva, che può essere intensa affettivamente senza essere “conosciuta consapevolmente” e che potrebbe essere la caratteristica propria di tutti i mammiferi), b) coscienza noetica, una forma di coscienza mediata dal pensiero, legata alla percezione e alla cognizione) e c) coscienza autonoetica, basata sulla memoria autobiografica ed episodica: una forma astratta di rappresentazioni e cognizioni che permette la “auto-consapevolezza” conscia e la riflessione sull’esperienza stessa “nell’occhio della mente”, costruendo narrazioni personali attraverso i ricordi episodici, i ricordi autobiografici e le fantasie consce. Questo tipo di schema concettuale può essere sovrapposto facilmente ad alcuni dei più importanti passaggi evolutivi del cervello (similmente a quanto proposto da Damasio): questi corrispondono grosso modo all’evoluzione (a) del tronco cerebrale superiore (fino all’area settale), che permette esperienze fenomeniche emozionali anoetiche; (b) dei gangli sottocorticali inferiori e delle strutture limbiche superiori (come la linea mediana corticale), che permettono l’apprendimento e la coscienza noetica; (c) delle funzioni neocorticali superiori (includenti tutte le cortecce associative), che forniscono i substrati fondamentali per le integrazioni autonoetiche e riflessive: queste danno luogo alla corrente della consapevolezza ordinaria. Mentre un animale fa generalmente esperienza dell’emozione – per esempio della paura – nel qui ed ora di un evento ambientale, la capacità dell’uomo di guardare verso il futuro e verso il passato “con gli occhi della mente” evoca ricordi o anticipazioni immaginarie, che scatenano paura, rabbia, ecc. Dall’emozione di livello primario, grezza, si formano, quando memorizzati, i ricordi emotivi, le emozioni di processo secondario; le emozioni secondarie, intessute di ricordi, partecipano alla generazione di un “mondo interno” di rappresentazioni, immagini e narrazioni emotivamente “caricate”. I ricordi non sono, come sappiamo, sempre espliciti. La gran parte sono impliciti, cognitivamente inconsci, ma ancora affettivamente in grado di significare e motivare, a volte in maniera apparentemente poco comprensibile, il comportamento. Amigdala e regioni limbiche sono la sede dei meccanismi che mediano emozioni, motivazioni e risposte comportamentali dirette a scopi specifici; sono inoltre coinvolte nell’integrazione di tutta una serie di processi mentali fondamentali, come l’attribuzione di significati, l’elaborazione delle esperienze sociali (cognitività sociale) e la regolazione delle emozioni. Nelle regioni ove avviene la ”processazione secondaria” le informazioni emotive vengono registrate e integrate con elementi più complessi che derivano dalle attività di” processing” dello stesso sistema limbico, della corteccia orbito-frontale e della circonvoluzione del cingolo. Queste aree cerebrali trasmetteranno input di natura somato-sensoriale ed emozionale alle regioni neocorticali, che ricevono anche altre forme di rappresentazioni: percettive dalla corteccia sensoriale, concettuali dalla corteccia associativa, e linguistiche dai centri del linguaggio. Le strutture responsabili delle funzioni di integrazione (come le aree associative e la corteccia orbito-frontale) hanno il compito di «decodificare» i diversi tipi di segnali, di coordinare le informazioni che questi messaggi contengono, e di «tradurle» in diverse forme di impulsi che vengono poi trasmessi alle varie regioni cerebrali. Cosa succede dopo aver sperimentato un’emozione fenomenica, per esempio di euforia, o di paura? Probabilmente, come miliardi di altri input sensoriali, l’informazione svanisce. In alcuni casi, invece l’emozione viene trattenuta: la traccia neuronale acquisisce la rilevanza di percezione affettiva persistente che viene poi potenziata e accede alla memoria emotiva, in primis a breve termine. All’inizio la risposta è incondizionata (UCS) Ma molto rapidamente l’emozione viene associata agli stimoli ambientali del contesto: un viso, un gesto, un’ambiente, un odore ecc. L’emozione si lega ad uno stimolo percepito, lo carica di una valenza significativa (emotiva) e accede alla rappresentazione emotiva e, tramite il processo associativo, all’apprendimento to, sia implicito a livello delle formazioni del sistema limbico – in primis l’amigdala – cioè lungo i circuiti di processazione SECONDARI, sia esplicito nelle reti associative neocorticali, tramite i processi TERZIARI. È da qui che nasce lo snodo del passaggio dalla coscienza di livello primario a quella di livello secondario, “noetica”. Tutte le emozioni conosciute nei sistemi emotivi primari sono sì conosciute, ma non hanno ancora un nome. Affinché vengano “nominate” devono essere offerte al livello superiore di processazione, le regioni cerebrali dei gangli della base – amigdala, nucleus accumbens ecc. – nei quali avviene la maggior parte della stabilizzazione in “rappresentazione legata, più o meno intensamente, ad un’ affetto” e quindi codificata nei diverso tipi di memoria, implicita ed esplicita, che permette l’apprendimento emotivo. È a questo livello che avviene la prima tappa del processo fondamentale del consolidamento della memoria. Il consolidamento è il complesso processo cerebrale che – nel breve spazio della memoria di lavoro – assimila, elabora e trasforma le esperienze fugaci in rappresentazioni mnestiche, nel nostro caso emotivamente investite, nella memoria a breve termine prima e in ricordi a lungo termine poi, dopo che quelle esperienze sono state ripetute più volte. Attraverso il consolidamento e riconsolidamento corticale, con induzione di trascrizione genica all’interno del neurone, l’evento emotivo percepito e rappresentato viene potenziato in memoria a lungo termine, a disposizione del richiamo per l’organizzazione di comprensioni verbali e risposte complesse. Le rappresentazioni mnestiche possono accedere subito ad una rappresentazione cosciente, verbale, se inviate direttamente dal Talamo alla corteccia prefrontale, o possono rimanere come reti di rappresentazioni emotive non coscienti nell’amigdala e nella corteccia limbica, soprattutto nel giro cingolato e e nella corteccia orbito-frontale (Schore, 1994), il luogo per eccellenza della memoria emotiva/implicita inconscia. Qui costruiscono gli ”Schemi di Memoria” secondo la terminologia della Bucci, appunto al livello simbolico-preverbale dei processi secondari. Panksepp (2012) descrive come le pulsioni corporee affettive e istintuali e le emozioni, all’inizio siano senza rappresentazione, ma diventino poi rappresentazioni che diventano consce ad opera della loro” rilevanza incentivante” che stimola la formazione della rappresentazione mnestica e la sua memorizzazione. Se il nostro cervello stima che un particolare evento sia «significativo», il ricordo di tale evento, dice Edelman, (1992) avrà una maggiore probabilità di venire in seguito richiamato. Le stazioni encefaliche di processo emotivo secondario sono, anatomicamente, il sistema limbico, soprattutto i nuclei dell’amigdala, la corteccia cingolata e la corteccia orbito frontale. I processi secondari che avvengono in queste aree configurano le rappresentazioni emotive e permettono l’apprendimento attraverso la codificazione in memoria emotiva implicita, e quindi offrono i mattoni, le rappresentazioni di oggetto e le rappresentazioni di relazione per la costruzione della mente affettiva sotto la regia dalla memoria implicita, inconscia e, al livello gerarchicamente ancora superiore dei processi terziari, delle rappresentazioni e dei ricordi affettivi consci. Attraverso quali vie e codificazioni avviene l’apprendimento, dai nuclei mesencefalici al sistema limbico e infine all’elaborazione nella memoria dichiarativa e cosciente della neocorteccia? Per quanto riguarda la codificazione dei dati emotivi, conosciamo ormai con precisione l’esistenza di un doppio sistema della memoria: la memoria implicita e la memoria esplicita, la prima mediata da varie strutture controllate dall’amigdala e dalla corteccia limbica, la seconda mediata dal lobo temporale e dalla corteccia associativa, (quindi al livello superiore di organizzazione, terziario),con l’ippocampo che gioca il ruolo principale. Per esempio, se un bimbo gattonando si avvicina ad un pupazzo di pelouche e nello stesso momento viene spaventato da un forte rumore, è probabile che in seguito reagirà alla vista di tale pelouche in maniera molto allarmata. Questo genere di ricordi sono quelli che costituiscono la memoria «implicita». Quando vengono richiamati, non sono accompagnati dalla sensazione interna di stare ricordando qualche cosa; vedendo il pelouche incriminato, il bambino non pensa «Ah, adesso mi ricordo! Quella cosa ha fatto un brutto rumore, magari lo farà di nuovo», ma si mette semplicemente a piangere e a urlare: le associazioni neuronali collegano automaticamente l’input visivo generato dal pupazzo a una risposta emozionale interna di paura, già vissuta, registrata e codificata. Noi agiamo, sentiamo e pensiamo senza necessariamente riconoscere l’influenza delle passate esperienze sulla nostra realtà presente. Quindi, l’esperienza emotiva può essere elaborata in due differenti modalità. Attraverso un percorso ascendente la configurazione emotiva può salire dal talamo, dal PAG, (forse anche dall’amigdala) e dai centri sottocorticali correlati – per esempio di FEAR, ANGER, ecc. – alle strutture prosencefaliche e corticali, ove viene codificata e contestualizzata come rappresentazione esplicita nella memoria di lavoro, nella memoria episodica e dichiarativa – a breve o lungo termine –, e diventare disponibile per un processo raffinato di simbolizzazione e di narrazione con parole nella neocorteccia; dalla neocorteccia origina poi un percorso discendente, che transita nell’ippocampo, dove l’informazione emotiva viene confrontata con la memoria esplicita e raggiunge infine l’amigdala. Questa è quella che viene definita, anatomicamente e funzionalmente, “via lunga” o “via alta”. Ma lo stesso stimolo emotivo può essere inviato da talamo e PAG direttamente all’amigdala, attraverso la “via breve” o “via bassa”, saltando il collegamento con la corteccia. Nell’amigdala l’apprendimento emotivo viene codificato in maniera implicita, senza consapevolezza e comprensione coscienti, seppure con intensa attivazione affettiva. Quando l’amigdala riceve un’informazione tramite la via breve, immediatamente gli archivi mnemonici vengono” sfogliati” con precedenza assoluta per richiamare ogni informazione utile nella situazione di paura. La lettura e l’apprendimento attraverso la via bassa di solito sono minoritari rispetto a quelli per via corticale, tranne che in due casi precisi: quando la via alta viene inibita, in condizioni di intenso stress o trauma, per un meccanismo funzionalmente protettivo di esclusione/dissociazione e quando, soprattutto nei primi due anni di vita, questa è l’unica via attiva, data l’immaturità della corteccia. Infatti la maturazione dell’ippocampo non avviene prima dei due anni; fino a quell’età il bambino apprende e costruisce modelli di rappresentazioni di Sé, dell’altro e dell’affetto collegato utilizzando l’amigdala e le regioni corticali del sistema limbico – giro cingolato e corteccia orbitofrontale, come studiato da Schore – con un processo di apprendimento emotivo implicito.

Joseph LeDoux

LeDoux, noto neuroscienziato, sostiene che la connessione tra amigdala e neocorteccia non è simmetrica: l’amigdala proietta all’indietro sulla neo-corteccia più di quanto lo faccia la neo-corteccia sull’amigdala: la possibilità dell’amigdala di controllare la neocorteccia è maggiore di quella della neo-corteccia sull’amigdala. Questo spiega perché troviamo difficoltà nel liberarci volontariamente dell’ansia: una volta che le emozioni sono state accese è difficile spegnerle. L’emozione, inoltre, attiva un’emissione di ormoni che tornano al cervello: è molto difficile per la corteccia agire sull’amigdala per disattivarla. Questo spiegherebbe il fatto che la terapia è un processo complesso che richiede tempo. La psicoterapia è un modo di riorganizzare l’assetto delle connessioni: psicoterapia come rewire the brain, attraverso un potenziamento sinaptico nelle connessioni che sono governate dall’amigdala, favorendo così la funzione inibente e di controllo, da parte della corteccia sull’amigdala stessa; la psicoterapia passa attraverso meccanismi biologici nella cura della malattia mentale. La regolazione emotiva implica l’intervento delle due strutture cerebrali e delle relative connessioni: l’amigdala e l’ippocampo (che è coinvolto nei processi dell’apprendimento e della memoria). LeDoux ci dà una descrizione dei circuiti dell’amigdala: una “via inferiore” conduce dallo stimolo sensoriale direttamente al talamo e ai centri di innesco e di espressione della risposta emozionale. L’altro percorso è descritto come la “via superiore” o anche indiretta, che passa attraverso la corteccia associativa e l’ippocampo; qui avverrebbe una valutazione della situazione per la scelta della risposta. L’ippocampo, al centro di questo sistema emozionale, permetterebbe di acquisire nuove informazioni, utili per l’elaborazione delle risposte. Le due vie si incrociano a questo livello ma con un diverso impatto: sarà automatica l’espressione dell’informazione emotiva per la via diretta dell’amigdala, mentre invece verrà modulata dall’attivazione talamo-amigdaloidea l’espressione dell’informazione che percorrerà la via superiore. Il sistema limbico non è tuttavia l’unico raccordo di strutture alla base della genesi delle emozioni. Gli eventi ambientali modificano il programma neurobiologico geneticamente determinato del soggetto e il funzionamento mentale: nel libro “Il Sé sinaptico”, LeDoux (2002) affronta la dinamica della costruzione neurale delle emozioni7, la complessità dei sistemi della memoria attraverso la funzione dei lobi frontali: noi siamo le nostre sinapsi, l’essenza di quello che siamo dipende dai pattern di interconnettività tra i neuroni; il funzionamento del cervello dipende dalla trasmissione sinaptica tra neuroni e nel recupero dell’informazione, codificata da una pregressa trasmissione sinaptica. La teorizzazione di LeDoux avrebbe diverse ripercussioni in ambito terapeutico: le esperienze vengono immagazzinate come memorie all’interno dei circuiti sinaptici e la terapia è un’esperienza di apprendimento” che porta a cambiamenti nelle connessioni sinaptiche. La psicoterapia è, quindi, un processo di apprendimento che consente di cambiare l’assetto delle connessioni cerebrali. In questo senso, la psicoterapia usufruisce di meccanismi biologici per curare la malattia mentale. Nel suo ultimo la lavoro LeDoux (2015) dichiara, invece, che l’amigdala non è il centro della paura, non produce i sentimenti di paura, ma rileva le minacce ed orchestra le risposte difensive per aiutare a mantenere vivo e vegeto l’organismo. LeDoux introduce una distinzione tra circuiti di sopravvivenza e circuiti di paura. I primi li condividiamo con gli altri animali, i secondi sono invece tipici degli esseri umani, nel senso che rappresentano un’interpretazione e un’elaborazione cognitiva e culturale di questi processi. In sostanza non ci possono essere delle emozioni belle ed impacchettate in qualche circuito cerebrale che condividiamo con i topi e i serpenti. Quindi non ci possono essere emozioni (come le si intende di solito) senza una elaborazione. Questa visione a mio avviso aumenta l’importanza non della trasformazione di emozioni grezze in processi psichici, ma da più rilievo all’importanza di connessione fra le due forme di processualità emozionale. Quando LeDoux parla di processo cognitivo, non credo che questo si possa riferire ai processi solo consapevoli, ma sarebbe meglio parlare di tutti quei processi psichici, che vengono definiti espliciti, coscienti o inconsci che siano. Un’altra modificazione nel suo ultimo lavoro fatta da LeDoux riguarda una precisazione importante sulle due vie emozionali da lui teorizzate. Lui dice che la via bassa ha finito per essere equiparata all’elaborazione non conscia e la via alta a quella conscia. E’ oggi chiaro che entrambe le vie dovrebbero essere considerate come input non consci dell’amigdala. Le etichette via bassa e alta sarebbe più esatto usarle come descrizioni abbreviate dei percorsi degli input sensoriali del talamo rispettivamente all’amigdala ed alla corteccia, non modi di dar conto delle differenze tra elaborazione cerebrale non conscia e conscia delle minacce. La coscienza non è conferita all’amigdala per il semplice fatto che essa è connessa, attraverso la via alta, agli ultimi stadi della corteccia visiva. La via alta, come quella bassa, è un canale di elaborazione non conscia. L’amigdala è un elaboratore non conscio dell’informazione lungo entrambe le vie. In un recente lavoro LeDoux (2018) riferisce quindi che la ricerca neuroscientifica degli ultimi decenni sulla paura e sull’ansia si è concentrata sullo studio e sulla manipolazione delle risposte comportamentali e fisiologiche a stimoli minacciosi. Dato che molte ricerche sono state svolte sugli animali, per semplicità i ricercatori hanno usato termini emotivi quali “paura” e “ansia” per indicare queste risposte comportamentali e fisiologiche. Tuttavia, si tratta di due fenomeni diversi: l’arousal fisiologico è la reazione non cosciente allo stimolo minaccioso, mentre l’emozione “paura” (o “ansia”) è l’esperienza cosciente e soggettiva vissuta durante quella situazione. Entrambi i fenomeni coinvolgono molteplici circuiti cerebrali e sono essenziali alla sopravvivenza, ma è bene non confonderli, come purtroppo è stato fatto più o meno consapevolmente, in quanto: l’arousal non è necessario all’emozione e l’emozione non è necessaria per l’arousal; si rischia di ridurre l’esperienza cosciente a semplici risposte fisiologiche controllabili farmacologicamente. LeDoux (2018) “La mia posizione è che vi è un circuito che elabora la minaccia, implicitamente, e scatena il comportamento di difesa e la connessa risposta fisiologica; vi è poi un secondo circuito che, elaborando la stessa minaccia, dà il via alle sensazioni consapevoli di paura e ansia……La paura, purtroppo, venne però associata al condizionamento pavloviano non solo nel senso implicito che avevo in mente, ma anche nel senso esplicito di paura cosciente come responsabile della risposta comportamentale del condizionamento.

Sviluppi della teoria di LeDoux in Wilma Bucci

Tali sviluppi provengono dagli studi di Wilma Bucci. Nella sua teoria del “codice multiplo” (Bucci, 1997) del funzionamento psichico, come abbiamo già descritto, l’autrice riprende la teoria di LeDoux sull’elaborazione dell’emozione (LeDoux, 1996) e descrive il funzionamento neurofisiologico e delle due vie di processazione dell’ emozione: la “via inferiore”, che porta lo stimolo al talamo e alle aree di espressione della risposta emozionale, definite da Bucci “nucleo affettivo”, e la via di innesco dell’emozione dall’amigdala alla corteccia prefrontale, che attiva altre aree di espressione delle risposte emozionali (componenti somatiche, motorie e viscerali e modificazioni chimiche, battito cardiaco, respirazione, espressioni facciali, postura, voce e specifici schemi di comportamento). Una stimolazione sensoriale (es. un evento pauroso) può risvegliare sentimenti oppure ricordi di eventi simili, definiti da Damasio “stimoli emotivamente competenti”. Dopo che lo stimolo ha attivato il sistema sensoriale, si attiva anche quello che Bucci definisce uno “schema emozionale”, che si forma nel bimbo attraverso l’esperienza delle prime interazioni emotive con la madre, e che è dominato dalle rappresentazioni sensoriali e corporee che costituiscono il “nucleo affettivo” dello schema emozionale. Gli schemi emozionali costituiscono la base del nostro modo di concepire le relazioni emotive. Bucci si riferisce anche al concetto di Damasio di disposizione rappresentazionale, che costituirebbe la base neuro-biologica dello schema emozionale. Le disposizioni rappresentazionali sono modelli di attività neurale presente nel sistema nervoso, che collegano la corteccia sensoriale e associativa con le strutture limbiche e a quelle regolatorie motorie e viscerali. Le vie di elaborazione dell’emozione indicate da Bucci sono le due vie dell’amigdala individuate e descritte da LeDoux. L’ippocampo è al centro di un sistema emozionale integrato che, attraverso la via cortico-ippocampale, lavora con le rappresentazioni di quegli eventi specifici che costituiscono la memoria episodica: questi sono elaborati dai “sistemi multipli” che coinvolgono sensorialità e aree corticali associative. Traumi o stress influenzano le modalità di elaborazione di questo processo integrativo, compromettendo le funzioni dell’ippocampo, le funzioni associative e la loro azione sulle funzioni dell’amigdala, con un danno responsabile delle diverse forme di dissociazione, quali descritte da Bucci. L’autrice fa riferimento a una normale capacità dissociativa adattativa per l’individuo, necessaria per una “vita emozionale sana”, come accade allo scienziato che si immerge nel suo pensiero creativo o alla madre orientata prevalentemente attraverso la sua “preoccupazione materna primaria” ai bisogni del suo bimbo nei primi mesi di vita. Quando questa modalità dissociativa viene utilizzata con scopi difensivi e di protezione, può coinvolgere invece patologicamente l’organizzazione degli schemi Emozionali”. Gli stati di stress attivano la produzione di cortisolo, che indurrebbe a una disfunzione dell’ippocampo, il quale influenzerebbe negativamente la memoria episodica, con una dissociazione tra il nucleo affettivo e le aree associative della corteccia. Il processo dissociativo incrementerebbe l’attivazione del talamo e l’emozione si esprimerebbe prevalentemente attraverso manifestazioni fisiologiche. La finalità di un trattamento terapeutico è quella di favorire un cambiamento” nell’organizzazione degli schemi emozionali. Il processo terapeutico deve coinvolgere entrambe le vie, quella diretta dell’attivazione emozionale e quella indiretta attraverso il coinvolgimento dell’ippocampo. Le varie psicoterapie fanno ricorso a queste vie con modalità differenti, per patologie e pazienti diversi, cosicché le psicoterapie possono essere distinte in base a come influenzano il circuito emozionale.

Riflessioni su Pankseep, Damasio e LeDoux.

A differenza di Panksepp, LeDoux (2016) non crede che gli “stati veramente inconsci” della memoria implicita prodotti dai sistemi sottocorticali si possono definire né emozioni né tantomeno sentimenti. I sentimenti dice anche quelli primitivi devono essere provati cioè esperiti consciamente. I circuiti sottocorticali forniscono gli ingredienti non consci che contribuiscono ai sentimenti di paura e di ansia, ma non sono la fonte di tali sentimenti. Le Doux: afferma che “”La principale differenza tra il mio punto di vista e quello di Pankseep è quindi, se i sistemi sottocorticali siano direttamente responsabili dei sentimenti emotivi primitivi o se siano responsabili dei fattori non consci che si integrano con altra informazione nelle aree corticali per dare origine a sentimenti consci. Anche per quanto riguarda le concettualizzazioni di Damasio c’è una differenza sostanziale: per Damasio i sentimenti consci sono determinati, anche se in maniera meno diretta di come afferma Pankseep, dai segnali del corpo, mentre io credo che i segnali del corpo siano solo uno dei tanti ingredienti che contribuiscono ai sentimenti.” La ricerca neuroscientifica degli ultimi decenni sulla paura e sull’ansia si è concentrata sullo studio e sulla manipolazione delle risposte comportamentali e fisiologiche a stimoli minacciosi. Dato che molte ricerche sono state svolte sugli animali, per semplicità i ricercatori hanno usato termini emotivi quali “paura” e “ansia” per indicare queste risposte comportamentali e fisiologiche. Tuttavia, si tratta di due fenomeni diversi: l’arousal fisiologico è la reazione non cosciente allo stimolo minaccioso, mentre l’emozione “paura” (o “ansia”) è l’esperienza cosciente e soggettiva vissuta durante quella situazione. Entrambi i fenomeni coinvolgono molteplici circuiti cerebrali e sono essenziali alla sopravvivenza, ma è bene non confonderli, come purtroppo è stato fatto più o meno consapevolmente, in quanto: l’arousal non è necessario all’emozione e l’emozione non è necessaria per l’arousal; si rischia di ridurre l’esperienza cosciente a semplici risposte fisiologiche controllabili farmacologicamente. LeDoux (2018) dice: “La mia posizione è che vi è un circuito che elabora la minaccia, implicitamente, e scatena il comportamento di difesa e la connessa risposta fisiologica; vi è poi un secondo circuito che, elaborando la stessa minaccia, dà il via alle sensazioni consapevoli di paura e ansia……La paura, purtroppo, venne però associata al condizionamento pavloviano non solo nel senso implicito che avevo in mente, ma anche nel senso esplicito di paura cosciente come responsabile della risposta comportamentale del condizionamento. Concludiamo con le riflessioni di Pankseep su LeDoux e Damasio, che ci aiutano a capire somiglianze e differenze fra questi autori. Pankseep (2012) afferma che la ricerca di LeDoux ha rivelato come l’amigdala, una struttura sottocorticale coinvolta in contesti di paura, abbia un ruolo centrale nella generazione del condizionamento della risposta fisiologica e non conscia della paura, ma non nella costruzione del sentimento cosciente della paura. Inoltre dice che “ Le Doux e gli altri teorici del condizionamento alla paura non hanno ancora preso in considerazione in modo esplicito il fatto che un sistema della paura integrato con le sue numerose componenti ascendenti e discendenti che connettono l’amigdala con parecchie altre regioni cerebrali, sia sufficiente a generare i sentimenti grezzi della paura. Hanno preferito l’ipotesi che i sentimenti emotivi emergano dalle regioni superiori della neocorteccia. Noi non siamo d’accordo in quanto non crediamo che si possano comprendere i sentimenti emotivi umani senza comprendere quelli dei nostri parenti animali.” Su Damasio Pankseep invece scrive “ ..egli ha di recente accettato (2010) l’esistenza di robusti contributi sottocorticali ai sentimenti emotivi e alla coscienza.. Tuttavia una lettura più accorta indica che Damasio continua a concepire i sentimenti emotivi come largamente strutturati dai processi sensoriali superiori.” Damasio presuppone un processo che avviene in due fasi sostanzialmente; c’è prima la produzione dell’emozione, l’”avere” un emozione, ad opera delle strutture neurali di primo ordine, quando si elaborano gli input provenienti dal corpo, nel cervello. Tale input resta completamente a livello inconscio e quindi non è associato ad un sentimento emotivo. Affinché la coscienza e, quindi un sentimento, siano assegnati all’emozione, principalmente inconscia, l’attività neurale iniziale deve essere riprocessata in altre regioni. L’emozione è collegata alla coscienza e, quindi, ad un sentimento, il sentimento emotivo. Pankseep non presuppone, invece, un processo in due fasi, ma ipotizza che l’attività neurale nelle strutture di primo ordine sia già, di per sé, associata a sentimenti emotivi. Non appena queste regioni si attivano, processando per esempio l’input sensoriale proveniente dal corpo e l’output motorio diretto verso di esso, si generano i sentimenti emotivi. E’ importante sottolineare che, a differenza di quanto sostiene Damasio, non esiste una distinzione tra emozioni inconsce, tra “Avere un emozione” e l’esperienza cosciente di “provare un’emozione”. Damasio associa i sentimenti emotivi al riprocessamento o elaborazione di secondo ordine del input corporeo. In questo caso i sentimenti non sono direttamente connessi al corpo (e all’ambiente), ma al massimo indirettamente. Per Pankseep qualsiasi input proveniente dal corpo e dal mondo determina direttamente i sentimenti emotivi. Qualsiasi cambiamento nel corpo e nell’ambiente induce cambiamenti di attività neurale principalmente nelle regioni sottocorticali che sono correlate ai sentimenti emotivi. Anche LeDoux come Damasio ipotizza un processo in due stadi, con una distinzione tra emozione e sentimento, il secondo si costruisce sulla base del primo. L’unica differenza è che LeDoux associa la formazione del sentimento emotivo il secondo processo alle funzioni cognitive, mentre Damasio sostiene che ci sono dei processi intermedi, tra le funzioni sensoriali e quelle cognitive.

Per concludere……

Freud, come sappiamo, ha lasciato incompiuto il noto lavoro” Progetto di una psicologia” del 1895, nel quale tentava da un punto di vista neurologico di spiegare i processi psichici, compresi quelli in seguito definiti come inconsci, ma rinunciandovi poi, resosi conto di non possedere nozioni sufficienti; ma egli ha comunque espresso l’ipotesi che forse le carenze della sua comprensione sarebbero svanite se in futuro la psicoanalisi si fosse trovata nella condizione di poter sostenere i concetti psicologici con altrettanti concetti fisiologici e chimici. Eric Kandel con l’articolo del 1998 ha suscitato una grande eco e aperto un grande dibattito, Nell’ articolo A new intellectual framework for Psychiatry Kandel ha aperto una nuova prospettiva per la psichiatria, affermando la necessità di una lettura unitaria di Neuroscienze, Psichiatria e Psicoanalisi. Kandel ha espresso i cinque principi fondamentali che preludono agli enunciati della Neuropsicoanalisi. 1. Tutti i processi mentali, anche quelli psicologici più complessi, derivano da operazioni del cervello. 2. I geni e i loro prodotti proteici sono determinanti importanti del modello di interconnessione tra neuroni nel cervello sia dal punto di vista strutturale che da quello funzionale. 3. L’alterazione dei geni, da sola, non spiega tutta la variabilità di una data malattia mentale. Un contributo molto significativo proviene anche da fattori sociali o dello sviluppo. 4. Le modificazioni dell’espressione dei geni indotte dall’apprendimento durante lo sviluppo esitano in modificazioni nei pattern di connessioni neuronali. 5. La psicoterapia produce modifiche a lungo termine nel comportamento, probabilmente mediante l’apprendimento, provocando modifiche nell’espressione genica che alterano la forza delle connessioni sinaptiche e causando modifiche strutturali che alterano i modelli anatomici di interconnessione tra cellule nervose del cervello. Una proposta fondamentale è quindi quella dell’unità Mente-Cervello. Un altro concetto sotteso a queste affermazioni, frutto delle ricerche nel campo della biologia molecolare, è che i geni possiedono una variabilità di penetranza e di espressione molto plastica e che interagendo con l’ambiente (secondo i processi definiti epigenetici) provocano modificazioni delle configurazioni neuronali, dell’espressione delle funzioni affettive e cognitive, quindi del comportamento, in specie di quello disfunzionale. L’articolo di Kandel suscitò molte reazioni, alle quali egli rispose con un secondo famoso articolo: Biology and the future of Psycoanalysis: a new intellectual framework for psychiatry revisited, dove afferma che la psicoanalisi, per il mancato confronto secolare con la scienza, rischia il declino, e che questo è un peccato, perché la teoria psicoanalitica rappresenta, a suo dire, la più soddisfacente visione della mente. Per questo offre spunti e proposte per uno sviluppo interdisciplinare di neurobiologia e psicoanalisi, con la prima comunque destinata a porsi al servizio della seconda. Infatti, questa integrazione non deve ridurre la psicoanalisi alle Neuroscienze: la psicoanalisi mantiene una specificità che le permette di arrivare ad una comprensione sofisticata della mente. Vale la pena di accennare in questo contesto anche al contributo del 2007 di Mancia Come le Neuroscienze possono aiutare la psicoanalisi, che sottolinea soprattutto la grande importanza degli studi sulla memoria implicita, che hanno permesso di estendere il concetto di inconscio includendovi quello di inconscio non rimosso, i cui contenuti sono correlati alle esperienze primarie infantili, prima che venga a maturazione l’ippocampo. La scoperta del doppio sistema della memoria: esplicita o dichiarativa, cosciente, verbalizzabile e ricordabile, essenziale per la nostra identità e per la nostra autobiografia, ed implicita, non cosciente, non verbalizzabile e non ricordabile, apre prospettive enormi alla teoria e clinica psicoanalitica ed estende il concetto di inconscio. In particolare l’ implicita è la sola memoria che si sviluppa precocemente, è presente ed attiva già nelle ultime settimane di gestazione ed è l’unica memoria di cui dispone il neonato nei suoi primi due anni di vita (Mancia, 2007, p. 18).

7 La ricerca neuropsicologica sulla regolazione affettiva.

Allan Schore.

Schore è un eminente neuropsicologo che da innumerevoli anni si occupa di integrare il pensiero psicoanalitico con le neuroscienze lavorando soprattutto sul campo delle ricerche sulla regolazione affettiva. Nel corso dell’ultimo secolo , la teoria di Freud è stato oggetto di numerose trasformazioni, ma ciononostante la maggior parte di queste conoscenze non sono uscite dai confini della psicoanalisi. Il nucleo teorico di questa disciplina, rimasto pressoché immutato nel secolo della sua nascita, ora si trova davanti ad una sostanziale riformulazione, e ad uno spostamento del centro di interesse dall’inconscio intrapsichico all’inconscio relazionale, nel quale la mente inconscia di una persona comunica con quella di un’altra persona. Le fondamenta della psicoanalisi in generale sono i concetti di sviluppo e di struttura psichica, e sono proprio questi concetti cardine a subire l’attuale riformulazione. La psicologia del sé di Kohut è stata una delle più importanti innovazioni del pensiero psicoanalitico. Il più importante contributo di Kohut è stato probabilmente il concetto di Oggetto-Sé. E’ indubbio che la psicologia del Sé sia stata edificata sul principio di sviluppo fondamentale secondo cui i genitori in possesso di una struttura psicologica matura fungano da oggetto-sé che svolge quelle funzioni regolatorie cruciali per il neonato, che possiede ancora una struttura psicologica immatura ed incompleta. Al neonato così vengono fornite, ai livelli non verbali al di sotto della consapevolezza conscia, esperienze di oggetto-sé che aiutano il sé del bambino a prendere vita, e ne influenzano in modo diretto la coesione strutturale. La costruzione dell’oggetto-sé contiene due importanti componenti teoriche. Il primo : il concetto della coppia madre-bambino, vista come un’unità Sé/Oggetto-Sé, sottolinea il fatto che il primo sviluppo è fondamentalmente un’interdipendenza fra il sé e gli scopi all’interno di un sistema. La seconda componente teorica nella costruzione dell’oggetto-sé è il concetto di regolazione. Nelle sue congetture dello sviluppo Kohut aveva affermato che le transazioni diadiche reciproche regolatorie fra un neonato e un oggetto-sé permettono il mantenimento del suo equilibrio omeostatico interno. Queste esperienze di regolazione fra Sé e l’oggetto-Sé forniscono quella particolare affettività intersoggettiva che contribuisce alla nascita e al sostentamento del Sé. L’intuizione di Kohut sul fondamentale coinvolgimento dei sistemi regolatori nel campo dell’affettività è corroborata dagli attuali studi interdisciplinari , che stanno mettendo in luce non solo la centralità degli affetti, ma anche la regolazione di essi.. Avendo una visione d’insieme di tutto questi dati, risulta dice Schore che è piuttosto chiaro che lo scopo principale d essenziale del primo anno di vita la creazione da parte del neonato di un legame di attaccamento sicuro fatto di comunicazione emotiva fra il neonato e chi si prende cura di lui. Gli studi dimostrano che “imparare come comunicare rappresenta forse il processo di sviluppo più importante che avviene durante l’infanzia. Attraverso le comunicazioni visive-facciali, uditive-prosodiche e tattili-gestuali, il neonato e il genitore imparano a vicenda le strutture ritmiche l’uno dell’altro, e modificano il loro comportamento per adattarlo a quelle strutture, creando in questo modo un’interazione molto intensa. Kohut ha descritto i momenti cruciali di “Rispecchiamento empatico” nei quali le interazioni di base più importanti fra madre e figlio avvengono di solito nell’area visiva: le dimostrazioni fisiche del bambino si riflettono nella luce degli occhi della madre. Durante le comunicazioni affettive fisiche insite nelle transazioni fatte di sguardi reciproci, la madre psicobiologicamente sintonizzata, sincronizza lo schema comportamentale spaziotemporale della sua stimolazione sensoriale esogena con le manifestazioni spontanee dei ritmi organici del bambino. Grazie a questa sensibilità la madre valuta le espressioni non verbali degli stati emozionali e dell’eccitamento affettivo del bambino, li regola, e li ritrasmette al piccolo. Per riuscire a fare ciò, la madre, o chi per lei, deve cercare di modulare i gradi di stimolazione, evitando quelli troppo alti o troppo bassi, che potrebbero indurre nel bambino uno stato di sovreccitamento oppure un livello di eccitamento troppo basso. C'è anche da dire che le ricerche dimostrano che chi per primo si prende cura di un neonato non può essere sempre sintonizzato e che anzi all'interno della diade si verificano frequenti momenti di de-sintonizzazione, e di rottura dei legami di attaccamento. Questi ultimi possono dare origine a grossi problemi di regolazione, e ad un deterioramento dell'omeostasi autonoma. Studi sulla riparazione interattiva che segue una de-sintonizzazione diadica convalidano l'affermazione di Kohut secondo cui l'oggetto-Sé genitoriale funziona come rimedio contro lo sbilanciamento omeostatico del bambino. In questo quadro di alterazione e riparazione (Beebe e Lackmann) un genitore sufficientemente bravo a cui capiti di provocare una rottura e causare stress nel neonato, è in grado di risintonizzarsi e di tornare a regolare gli stati negativi di eccitamento del bambino nei tempi e nei modi più corretti. Kohut ha dedotto che come risultato dell'unione empatica fra la psiche rudimentale del bambino e l'organizzazione psichica altamente sviluppata dell'oggetto-Sé materno, il bambino percepisce gli stati d'animo del genitore come se fossero i suoi. Gli oggetti-Sé operano dunque una regolazione psicobiologica esterna che facilita la modulazione delle esperienze affettive, ed agiscono a livello non -verbale non conscio nel regolare l'autostima e nel mantenere la coesione del Sé. Il principio fondante della teoria della regolazione affettiva è che una risonanza interpersonale all'interno di un campo intersoggettivo provoca un'amplificazione dello stato: il conseguente incremento dell'eccitamento co-creato (energia metabolica) permette che gli affetti inconsci ipoeccitati dissociati vengano intensificati, e quindi sperimentati ad un livello consapevole come uno stato emotivo soggettivo. Questa regolazione interattiva da basso verso l'alto fa in modo che gli affetti che giacciono al di sotto della consapevolezza conscia, vengano intensificati e portati alla luce. Il paziente che ha vissuto precoci situazioni di grave carenza effettiva, utilizza la dissociazione patologica per anticipare una potenziale disregolazione degli affetti, in un certo senso creandosi un trauma prima ancora che esso si manifesti. Nella dissociazione caratterologica, viene iniziata e mantenuta una strategia autoregolativa di disimpegno involontario autonomo, per prevenire contatti intersoggettivi, potenzialmente disregolati, con altre persone. Però mentre il paziente prosegue lungo il suo processo di cambiamento, diventa sempre più capace di rinunciare all'autoregolazione in favore di una regolazione interattiva in situazioni di stress interpersonale. Ricordiamo che il SNA contiene componenti dissociabili sia simpatiche a dispendio energetico, che parasimpatiche a risparmio energetico. Estendendo questo concetto intraorganico ad un ambito interpersonale, si possono co-creare due campi intersoggettivi ben distinti: 1- Un campo di iper-eccitamento ed uno di basso eccitamento. Dunque questi stati di alto e basso eccitamento corrispondenti al terrore/paura e alla vergogna, mostreranno distinte comunicazioni intersoggettive non verbali che si esprimeranno con dei movimenti del corpo (cinesica) postura, gestualità, espressione facciale, inflessione della voce, e di sequenza, ritmo ed enfasi delle parole. L'efficienza delle funzioni del Sé implicito dell'emisfero destro è fondamentale per la ricezione, l'espressione e la comunicazione delle informazioni socioaffettive, e per la regolazione inconscia delle funzioni fisiologiche, endocrine, neuroendocrine, cardiovascolari e immunitarie. Gli studi confermano che l'emisfero sinistro è più coinvolto nell'elaborazione analitica (cosciente) delle informazioni, invece l'emisfero destro è più implicato nell'elaborazione olistica (inconscia) delle informazioni. In tutte le fasi della vita, la dissociazione patologica si manifesta in un'incapacità, da parte del sistema-Sé implicito dell'emisfero destro corticale-subcorticale, di riconoscere ed elaborare gli stimoli esterni (informazioni esterocettive proveniente dall'ambiente relazionale) e di integrarli attimo per attimo negli stimoli interni (informazioni enterocettive provenienti dal corpo, dai marker somatici e dalle esperienze vissute interiorizzate L'emisfero destro è profondamente coinvolto nel mantenimento di un senso del Sé coerente, continuo ed unificato. La strategia di sopravvivenza che usa la dissociazione è proprio la dis-integrazione del Sé implicito emotivo-fisico dell'emisfero destro, il substrato biologico dell'inconscio umano. L'emisfero destro interpreta non solo il suo stesso stato mentale ma anche quello delle altri menti. Quindi questo emisfero è responsabile dell'apprendimento implicito, e della conoscenza relazionale implicita, insita nel campo non verbale, viene ora considerata il nucleo del cambiamento psicoterapeutico. Descrivendo l'emisfero destro come la sede della memoria implicita o dell'inconscio non rimosso (vedremo più avanti le differenze) Mancia (2006) osserva: “La scoperta della memoria implicita ha ampliato il concetto di inconscio, ed ha convalidato l'ipotesi che sia proprio quello il luogo in cui vengono immagazzinate le esperienze preverbali e pre-simboliche emozionali e affettive- a volte traumatiche- derivanti dalla relazione primaria madre-neonato”. La sensibilità del terapeuta o la disponibilità del suo emisfero destro ad essere sintonizzato con le comunicazioni non verbali è una capacità terapeutica fondamentale. La messa in atto o gesto psichico o meglio ancora nell'enacment sono situazioni cliniche di intensa affettività. E' lo spazio primario in cui si può manifestare l'inconscio implicito o non rimosso, dove avvengono quindi le comunicazioni implicite di transfert-controtransfert degli stati emotivi disregolati Rimanere coinvolti in una messa in atto terapeutica è un aspetto molto importante di questa sensibilità. Le messe in atto vengono sempre più considerate come una potente manifestazione del processo intersoggettivo, e come una manifestazione inevitabile di schemi relazionali, e di complessi ed inconsci stati del Sé. Queste interazioni emozionali implicite riportano alla luce, e di conseguenza alterano, i ricordi impliciti e i tipi di attaccamento. I terapeuti si possono distinguere in base alla loro capacità implicita di tolleranza degli affetti positivi e negativi, ed anche in base alla loro capacità di regolare implicitamente quegli stati affettivi. Si possono distinguere due diversi tipi di regolazione delle emozioni. La prima è una forma di “auto controllo” emozionale che coinvolge i livelli più alti delle funzioni cognitive, che permette alle persone di cambiare il modo di sentire, cambiando consciamente il modo di pensare. Questa forma esplicita di regolazione degli affetti viene eseguita dall’emisfero sinistro verbale, e generalmente non riguarda le emozioni su base fisica. Questo meccanismo è la chiave della comprensione verbale-analitica e del ragionamento controllato, e occupa un posto importante nei modelli terapeutici sia della psicoanalisi classica sia della terapia cognitivo-comportamentale, per non dire della quasi maggioranze delle psicoterapie. Oltre a questo sistema di regolazione conscio c’è anche un importante processo di regolazione implicito degli affetti, eseguito dall’emisfero destro. Questo processo elabora velocemente e automaticamente le espressioni facciali, la qualità vocale e il contatto visivo in un contesto relazionale. La terapia si basa non sul controllo ma sulla facilitazione dell’espressione di emozioni, incluse le emozioni evitate e dissociate, allo scopo di permettere al paziente di tollerarle, e di renderle “emozionalità adattive”. Il cambiamento durevole avviene attraverso la costruzione di una capacità implicita di regolazione delle emozioni. Quando c’è un’incapacità in questa funzione nell’emisfero destro, le funzioni implicite sono spesso associate ad un eccessivo affidamento dell’emisfero sinistro ed al ragionamento analitico esplicito. I limiti di questa strategia emisferica sono che l’emisfero sinistro si riempie di informazioni delle quali non è consapevole. Tuttavia questo riempimento non richiede all’emisfero sinistro introspezione, autoconsapevolezza, o qualunque altro stato di ordine più elevato. Sembrerebbe che l’emisfero sinistro faccia tutto questo alla cieca. Al contrario l’emisfero destro ha la capacità di vedere “il quadro generale” e di trovare il filo conduttore. L’emisfero destro è composto da aree corticali “superiori” (emisferiche cerebrali) e subcorticali “inferiori”. I livelli subcorticali inferiori dell’emisfero destro (l’inconscio più arcaico e profondo, quindi l’amigdala, l’insula e l’ippocampo all’interno del lobo temporale, l’ipotalamo, il tronco encefalico, ecc.) contengono tutti i principali sistemi motivazionali (inclusi l’attaccamento, la paura, la sessualità, il gioco, la rabbia, la vergogna, il disgusto, ecc.), e generano le espressioni somatiche autonome e l’intensità dell’eccitamento di tutti gli stati emotivi. Invece il sistema orbitofrontale superiore, che Schore equipara al “preconscio” freudiano, funge da filtro dinamico per gli stimoli emotivi, fornisce una visione d’insieme dell’ambiente, sia esterno che interiore, associato ai fattori motivazionali, e mette in azione un particolare tipo di processo decisionale emozionale. Al livello orbitofrontale, le informazioni provenienti dall’ambiente esterno (stimoli visivi, uditivi e tattili, elaborati dalle aree sensoriali dell’emisfero destro) elaborate dalla corteccia, vengono integrate con le informazioni che riguardano l’ambiente interiore viscerale (ad esempio i cambiamenti simultanei dello stato del Sé emozionale e fisico), che vengono elaborate nell’area subcorticale. Ciò permette alle informazioni regolatorie in entrata di modificare gli stati del Sé motivazionali ed emozionali.

Nel modello descritto da Schore (figura sopra), l’affetto segue un percorso ben preciso che dal tronco encefalico giunge alle zone sottocorticali del sistema limbico destro per poi passare alla corteccia orbitofrontale destra. Qui le informazioni affettive vengono trasformate in rappresentazioni subsimboliche, per poi, giunte attraverso il corpo calloso nell’emisfero sinistro, essere sottoposte all’elaborazione simbolico-verbale. Non si tratta di un percorso unidirezionale. Può avvenire infatti che l’informazione dall’area corticale sinistra ritorni all’emisfero corticale destro, influenzando ulteriormente la regolazione implicita delle emozioni.

Daniel Hill: la regolazione psicobiologica dei sistemi di attaccamento.

Un ulteriore approfondimento delle modalità di regolazione affettiva del sistema nervoso autonomo attraverso i vari stili di attaccamento descritti da Bowlby è quello descritto da Hill(2017). In questa attenta analisi fatta da questo autore possiamo ritrovare molti spunti per dove collocare i nostri due funzionamenti psichici: il somatopsichico e lo psicosomatico. Daniel Hill (2017) nel suo recente lavoro ci mostra, prendendo spunto dai lavori di Schore, che la capacità da parte del neonato di regolare il sistema nervoso autonomo avviene in due momenti. Nel primo momento si regola il sistema simpatico, attraverso la mielinizzazione del circuito limbico tegmentale ventrale, che collega il sistema limbico al sistema nervoso simpatico. Questo all’incirca dai 10 ai 12 mesi. Invece dai 12 ai 18 mesi si mileinizza l’area limbica tegmentale laterale, che collega il sistema limbico con il sistema parasimpatico. Lo sviluppo di questo sistema duale che collega il sistema limbico con SNA è il primo processo di regolazione implicita degli affetti. Il secondo è quello che viene chiamata con il termine di mentalizzazione. Un processo che avviene dopo lo sviluppo del sistema primario e da esso dipende nella qualità del suo sviluppo (lo affronteremo più avanti con il cap. dedicato a Schore). Prima dello sviluppo del sistema primario di regolazione dipendiamo in larga misura dal nostro caregiver per attivare il simpatico o il parasimpatico per mantenere l’omeostasi. Hill (2016) ci guida ai passaggi della relazione caregiver/neonato che possono sviluppare gli attaccamenti insicuri organizzati e non. Ricordiamo che gli attaccamenti organizzati sono quelli evitanti e preoccupato, mentre quello disorganizzato è quello, appunto chiamato insicuro disorganizzato.

La psicobiologia del trauma evitante

Nei momenti di stress, il caregiver distanziante evitante entra in uno stato negativo di ipoattivazione. La povertà della connessione emozionale nelle prime esperienze di attaccamento di questo caregiver con il suo genitore/caregiver gli ha lasciato un profondo segno di insensibilità, vergogna e disgusto nei confronti dei bisogni di attaccamento ed un iperaffidamento sulla autoregolazione, invece che su quella diadica interattiva. Questo caregiver, di solito lascia cadere le richieste pressanti del bambino di regolazione diadica, che in ogni caso offre in maniera carente. Crea un ambiente socio emozionale arido, segnato da empatia carente ed espressione insufficiente di emozioni positive. Il neonato sviluppa una risposta evitante adattiva, che lo protegge anticipandoli, il rifiuto e la vergogna e questo gli permette di resistere anche all’aridità emozionale. Evitamento e disattivazione emozionale e strategie di coping passivo sono le sue strategie di sopravvivenza. Per la diade evitante-distanziante le difficoltà iniziano durante la prima fase critica di regolazione affettiva, quando si struttura il sistema simpatico. Per il caregiver cronicamente ipoattivato e ritirato è stressante unirsi al bambino in quegli stati di gioia condivisi che lasciano la propria impronta sulla prima infanzia di quei bambini con attaccamenti sicuri. Senza la partecipazione del caregiver, per il bambino è pregiudicata l’opportunità di sviluppare la capacità di produrre e modulare stati di iperattivazione simpatica positivi. Secondo Schore (1994) la desintonizzazione cronica in questa prima fase induce prematuramente la vergogna, contribuendo successivamente alla attivazione predominate a base parasimpatica del bambino evitante. Con l’inizio della seconda fase e la maggiore mobilità del bambino, il careteker distanziante è chiamato a porre dei limiti, inducendo una vergogna moderata. Per fare questo cioè far provare una vergogna moderata al bambino si crea nella diade una rottura della sintonizzazione, allora poi bisogna essere in grado di riparare da parte del caregiver per risollevare lo stato emozionale negativo instauratosi nel bambino dalla vergogna. Questo dà al bambino la capacità di regolare la vergogna e attraverso di essa gli stati di iperattivazione emozionale. Ma il caregiver della diade distanziante non è in grado di riuscire neanche in questa seconda fase. La scarsa gioia e gli effetti di vergogna determinano una regolazione carente di attivazione del simpatico e un inclinazione verso l’attivazione del parasimpatico. L’incapacità di regolare l’iperattivazione simpatica porta ad una paura di essere travolto da affetti simpatici (rabbia, paura, gioia, orgoglio) che diventa un’angoscia centrale delle persone con questo pattern di attaccamento. Quindi il bambino evitante si adatta ad un ambiente emozionalmente impoverito in cui non solo manca la gioia, ma è anche scoraggiato a provare qualsiasi stato di iperattivazione emozionale.

La psicobiologia del trauma preoccupato

Il bambino con un attaccamento insicuro preoccupato è il secondo tipo di attaccamento che Hill prende in considerazione. Esso si adatta ad un ambiente socioemozionale di iperarousal, vibrante ed instabile. Il careteker preoccupato ha un bias simpatico ed una carente regolazione parasimpatica. Si difende con l’iperattivazione simpatica dall’incapacità di modulare l’arousal parasimpatico. La vergogna è bypassata dalla rabbia. La mancanza di inibizione parasimpatica responsabile delle difficoltà di differire l’azione e rende il caregiver incoerente come oggetto regolatore. Quando è sotto stress, il caregiver preoccupato è dominato dall’iperattivazione e si dedica a rendere simile a sé il bambino per soddisfare i propri bisogni: con una carente autoregolazione, fa spesso affidamento sul bambino per la proprio autoregolazione. Può per esempio fare intrusione nella quiete del bambino per cercare di ottenere un sorriso come modo per rassicurarsi del suo amore; un uso del bambino come rispecchiamento, quando il bambino potrebbe preferire occuparsi di qualcosa o essere lasciato solo. La paura dell’abbandono da parte del careteker e il suo bisogno di regolazione spazzano via i bisogni del bambino. Durante la prima fase del periodo critico dove is struttura la regolazione, come abbiamo visto sopra, del sistema simpatico, il caregiver preoccupato è capace di partecipare entusiasticamente a stati di gioia mutualmente amplificati. Nel bambino si stabiliscono così una propensione alla regolazione diadica ed una capacità di formare un legame di attaccamento positivo. I problemi sorgono quando entrano in gioco le vulnerabilità del caregiver. Quando, per esempio, il neonato ha bisogno di distogliere lo sguardo per regolare il proprio livello di arousal , il caregiver preoccupato può vivere come abbandono l’allontanamento dello sguardo e può quindi disturbarlo intrusivamente. Invece di essere incoraggiato a sviluppare procedure di autoregolazione, il bambino è soggetto alle pressioni del caregiver che gli chiede di soddisfare i propri bisogni. Con l’inizio della seconda fase, i limiti del careteker preoccupato sono altrettanto problematici. Questo è il momento in cui il neonato deve la capacità di stabilire la capacità di regolare l’arousal parasimpatico., una carenza centrale del caregiver preoccupato. Nella situazione ottimale, esperienze di arousal parasimpatico moderato, regolate diadicamente sono codificate dalle memorie implicite. Servono come strumento per regolare la vergogna e come interruzione dell’arousal simpatico. Le difficoltà del caregiver preoccupato di indurre vergogna moderata e di riparare efficacemente la rottura esprimono nella maniera più evidente la sua vulnerabilità. Il caregiver preoccupato induce una vergogna intensa, portando il bambino in uno stato di vergogna estrema senza riparazione e di vergogna rabbiosa accompagnata da iperarousal come mezzo di difesa. Per esempio quando il bambino può finire nei pasticci, il caregiver preoccupato può provare rabbia per l’incapacità del piccolo di essere all’altezza del bambino idealizzato di cui ha bisogno per la propria autoregolazione. L’anticipazione di una violenta esposizione alla vergogna e la necessità di tenere regolato il caregiver assicurandone l’accessibilità diventano la modalità stabile del modello regolatorio del bambino. La strategia è prevenire la rabbia e la vergogna che la sensazione di essere abbandonato suscita nel careteker.

La psicobiologia del trauma disorganizzato

I caregiver disorganizzati sono soggetti ad imprevedibili eccessi di iperarousal e di ipoarausal e stati di profonda dissociazione dorsovagale parasimpatica del nervo vago( vedi sotto par. Schore) accompagnati da ipoarausal. Sono privi della capacità di regolare e processare la vergogna ed , invece, possono andare incontro ad episodi estremi di depressione e rabbia. Non sono in grado di indurre assolutamente stati di vergogna moderata nel bambino. Genitori disorganizzati presentano spesso tanto carenze nell’ auto-quanto nell’etero regolazione. Quando sono sotto stress, possono diventare spaventati o spaventanti, inducendo nel bambino, in entrambi i casi stati di intensa paura e terrore. Mentre le carenze emozionali del careteker insicuro organizzato pongono un problema che presenta una qualche soluzione, l’ambiente di attaccamento disorganizzato pone un problema irrisolvibile. Il danno al sistema primario di regolazione affettiva causato dal trauma disorganizzante è qualitativamente più grave di quello causato dal trauma insicuro evitante o preoccupato. Ricordiamo che l’attaccamento sicuro implica una relazione di controbilanciamento reciproco tra le attivazioni dei due sistemi nervosi. In casi di attaccamento insicuro organizzato, queste due componenti del sistema nervoso autonomo vengono distorte, ma continuano a restare accoppiate. Benché sbilanciato, c’è ancora un effetto di moderazione. I due aspetti del SNA si sganciano fra loro. Questa è la condizione somatopsichica più grave, mentre le altre sono dissociazioni che nella loro gravità si incarnano ancora in un funzionamento della persona con funzionamento psicosomatico, con tratti somatospichici. In entrambe le condizioni il fine ultimo della terapia è portare a espressione il mondo emozionale, sciogliere ed esprimere simbolicamente e narrativamente le proprie emozionalità. L’espressione «sciogliere le emozioni in narrazioni» indica un approccio teorico e tecnico che dà grande importanza alla possibilità che un dato sentimento o vissuto possa essere espresso. L’importanza dell’esprimere è pari a quelle del comprendere e dare senso. Va sottolineato che il concetto di narrazione è qui usato in un modo assai diverso da quello con cui è stato impiegato dagli psicoanalisti americani, ad esempio da Roy Schafer, che della funzione narrativa sottolineano soprattutto l’aspetto legato al costruttivismo ed al relativismo. Secondo Shafer (1983, 1992) è possibile considerare i «racconti della vita» via via prodotti nel corso dell’analisi, le teorie di riferimento dell’analista, l’interpretazione e la stessa relazione analitica come strutture o performance narrative, dotate in quanto tali di un carattere finzionale, mutevole e trasformabile. Nella prospettiva che si sta delineando qui, invece, il riferimento al narrare si lega alla possibilità di cogliere, dare forma e rendere quindi rappresentabile e pensabile qualcosa che è presente in modo implicito o soltanto su un livello emotivo. «Sciogliere le emozioni in narrazioni» significa operare una trasformazione (sarebbe meglio dire, come indica la Bucci, connettere e non trasformare gli schemi emozionali subsimbolici agli schemi simbolici. Vedi Cap 1) attraverso cui emozioni e vissuti troppo addensati vengono espressi in parole, scene e narrazioni. La nozione di «sciogliere le emozioni in narrazioni» può essere indicata anche con «emozione ? narrazione». Questa notazione (emozione ? narrazione) mette in luce non soltanto la trasformazione che ha come risultato l’espressione delle emozioni, ma anche l’operazione reciproca. Evidenzia, dunque, che la narrazione ha la capacità di fare emergere emozioni sino a quel momento disperse o avvertite soltanto come tensioni.