Coscienza e regolazione affettiva. - Associazione Essere Con
05 ottobre 2019

Coscienza e regolazione affettiva.

Coscienza e regolazione affettiva.

La problematica della Coscienza e della Consapevolezza (Autocoscienza).

A cura di Ivano Frattini

Anche la tradizione filosofica moderna e contemporanea ha avuto difficoltà ad accettare l’origine fisica dei processi mentali e coscienti. Per molti filosofi è impossibile accettare che entità mentali, apparentemente così sfuggenti alla spiegazione scientifica, siano esistenti allo stesso modo degli oggetti che ci circondano. Se anche se ne riconosce l’esistenza, cosa che né il filosofo né lo scienziato può negare, il problema è individuare quali sono le strategie e i meccanismi che gli consentono di esistere in quel particolare sistema fisico che è il cervello. In che modo e a che livello la mente dipende o fa parte dell’estensione fisica e biologica dell’essere umano? I vari tentativi di rispondere alla domanda fino ad oggi si possono inquadrare in due punti di vista sostanzialmente differenti: il punto di vista materialista e il punto di vista dualista. La visione materialista del problema riconosce soltanto fenomeni materiali: tutti i fenomeni mentali possono essere ricondotti alla loro condizione fisica. Non esistono stati soggettivi come gli stati di coscienza o consapevolezza di sé qualitativamente differenti rispetto al mondo fisico. Questa prospettiva nega quindi i vissuti soggettivi come dolore, gioia, paura, ecc.. Secondo un punto di vista dualistico, più attuale di quello cartesiano che si rifà, cioè, al dualismo delle proprietà piuttosto che a quello delle sostanze, esisterebbero due mondi paralleli e distinti, uno mentale e uno fisico, ognuno con le proprie leggi e con le proprie peculiarità. I due mondi devono perciò essere studiati e definiti con linguaggi differenti, psicologico per il mentale e biologico per il mondo fisico. Un esempio di tale impostazione ci è offerta dalla teoria psicoanalitica di Freud. Il problema emerge in tutta la sua complessità, quando bisogna rendere conto dell’interazione tra i due mondi. L’enigma dell’interazione mina sul nascere, oggi, più che ai tempi di Cartesio, ogni tentativo di spiegazione dualista. La questione del dualismo si continua a porre perché si perde di vista un fatto fondamentale: la tradizione filosofica ha definito “convenzionalmente” i termini, mentale e fisico, come autoescludentesi. Ed è appunto questa “convenzione” che impedisce di prendere atto che il mondo funziona in modo tale, per cui, alcuni processi biologici, quindi fisici, si presentano sotto forma di sensazioni qualitative, si esprimono in prima persona e possono essere descritte e riconosciute solo dal soggetto che le sperimenta. In realtà la mente cosciente è il risultato di processi cerebrali che si realizzano nel sistema nervoso come proprietà di livello più alto, essa è un fenomeno di un sistema che riguarda l’intero organismo. Si tratta cioè di una proprietà biologica analoga a qualsiasi altro processo fisiologico organico, come la digestione, la secrezione della bile, ecc. Un altro problema che presenta l’impostazione di chi affronta lo studio della coscienza parcellizzandolo, è che se si rimane nell’ambito di un’unica modalità sensoriale si perde di vista il fatto fondamentale che una teoria della coscienza deve spiegare come si acquisisce il senso di sé e, inoltre, che per una spiegazione del senso di sé non si può tenere conto solo del cervello o solo dell’attività di coordinazione dei neuroni, ma si deve tenere conto anche di tutta quella parte dell’organismo che noi chiamiamo corpo. Inoltre la coscienza non si presenta come un unico blocco, ma vi sono differenti gradi e livelli del fenomeno. In generale si possono distinguere due gradi di coscienza, e c’è accordo unanime tra gli scienziati rispetto a tale distinzione: la coscienza primaria e la coscienza di ordine superiore secondo la terminologia di Edelman o rispettivamente coscienza nucleare e coscienza estesa se si preferisce la definizione di Damasio. Tra i due gradi di coscienza c’è uno stacco naturale, esse sono due cose diverse anche se la coscienza estesa o superiore poggia naturalmente le sue fondamenta sulla coscienza nucleare o primaria. Laddove non c’è emozione non c’è coscienza, né primaria né estesa e, dove la coscienza primaria o nucleare è compromessa, sono compromesse sia le manifestazioni emotive sia la coscienza estesa. Le emozioni influenzano sia il corpo, sia le modalità di funzionamento cerebrale; sono, perciò, responsabili dei cambiamenti tanto nel corpo che nel cervello. I cambiamenti del corpo registrati al livello cerebrale costituiscono il substrato della configurazione neurale da cui origina il sentimento. Il sentimento è, quindi, il risultato della registrazione neurale dei cambiamenti avvenuti al livello del milieu interno, e inizialmente può essere percepito solo a livello inconscio. È attraverso i sentimenti interni che le emozioni, dirette verso l’esterno, iniziano ad avere effetto sulla mente, ma per poter avere piena consapevolezza dei sentimenti sono necessari la coscienza ed il senso di sé, perché è solo attraverso un senso di sé che l’individuo può conoscere i sentimenti che ha. La coscienza ci permette di conoscere l’emozione tramite il sentimento, così come ogni altro oggetto che entri nella sfera mentale accrescendo, di conseguenza, la capacità dell’organismo di reagire all’ambiente. Mentre la coscienza nucleare è legata al senso di sé che si crea nell’atto del conoscere, la coscienza estesa o di ordine superiore permette l’attenzione ad un più vasto repertorio d’informazioni provenienti sia dall’individuo che dall’ambiente. Le immagini del conoscere possono, a questo livello, essere elaborate dal ragionamento che, insieme all’elaborazione mnemonica, crea il senso della prospettiva, per cui, se siamo noi a percepire, le immagini ci appartengono e possiamo quindi agire sull’oggetto che le ha causate. È così che nasce, secondo Damasio, la soggettività; essa corrisponde alla creazione di una coscienza di sé nel momento stesso in cui si ha coscienza del mondo e coscienza di stare reagendo ad esso. Per Damasio né la coscienza nucleare o primaria né la coscienza estesa hanno a che fare con il linguaggio. Esso è un codice di lettura utilizzato dalla coscienza estesa, ma la coscienza di per sé non lo implica. Del resto, se la coscienza fosse subordinata al linguaggio le persone prive di linguaggio avrebbero soltanto coscienza primaria ed è evidente che non è così, non si perde la coscienza solo perché si è muti o si sta in silenzio. Per Edelman, al contrario, si ha coscienza di ordine superiore solo quando i concetti di passato e futuro possono essere connessi al pensiero e al linguaggio dando luogo a nuove immagini. Il sé, che secondo il suo punto di vista, si sviluppa solo a partire dalle interazioni sociali, viene collegato alle esperienze simultanee della coscienza primaria e alle immagini concettuali e simboliche di livello più elevato. Ciò permetterà di essere coscienti di essere coscienti. Quindi l’autocoscienza è strettamente vincolata al linguaggio, cioè al momento in cui l’individuo si può autodefinire attraverso il racconto verbale.

Gerald Edelman: Coscienza primaria e secondaria

Gerald Edelman, è un biologo statunitense, premio Nobel per la medicina nel 1972, è noto il suo interesse sulle funzioni cognitive mentali, di cui è diventato uno dei massimi esponenti. In una sua opera che descrive la comparsa del “se autobiografico”, che egli chiama coscienza di ordine superiore egli scrive: “Quando comincia a formarsi una sintassi e si acquisisce un lessico sufficientemente ampio, i centri concettuali del cervello trattano i simboli, i riferimenti ai simboli e le immagini mentali che essi evocano come se fossero parte di un mondo indipendente, da sottoporre a ulteriori categorizzazioni. L’interazione tra i centri del linguaggio e i centri concettuali rende possibile un’esplosione di concetti e una rivoluzione ontologica d’ un mondo vero e proprio, non solo un ambiente. In questo modo emergono i concetti del sé, di un passato e di un futuro” (G. Edelman, 1993). Stiamo parlando di rappresentazioni, immagini mentali, simboli che creano, strutturano un mondo vero e proprio, un mondo analogo, metaforico della realtà, dove emergono i concetti del sé e dove questo sé può avere un passato ed un futuro. Non più solamente la memoria vaga del presente ricordato, appartenente alla coscienza nucleare, come accadeva al paziente di A. Damasio in alcuni momenti; G. Edelman rafforza: “Il risultato è un modello del mondo più che di una nicchia ecologica, insieme con modelli del passato, del presente e del futuro. Nello stesso momento in cui la coscienza di ordine superiore ci libera dalla tirannia del presente ricordato, tuttavia, la coscienza primaria continua a essere presente. [...]. Di fatto, la coscienza primaria costituisce una potente forza-guida per i processi di ordine superiore. Noi Viviamo contemporaneamente su diversi livelli.” (G. Edelman, in La materia della mente). Con questo Edelman riconosce, come peraltro anche Damasio, che la coscienza superiore, anche se, superiore, per esistere ha bisogno della più vecchia e consolidata coscienza primaria, della quale, se vogliamo, con una immagine metaforica, possiamo definirla un “simbionte”. Ma il mondo rappresentato nell’analogo-interiore, mediante le mappe-globali, attraverso meccanismi di percezione come i sensi, che soffrono l’inferenza della nostra storia e cultura personale, non sarà pertanto poco veritiero?. Non potrebbe essere questa la causa delle continue e incontrollabili metafore nel linguaggio che come abbiamo detto precedentemente rispecchiano la natura del pensiero?

Esempi di coscienza primaria e secondaria.

Lo stato cosciente, condizione fisiologica che ci allerta nei confronti delle sollecitazioni esterne ed interne, è il contesto necessario perché si verifichi l’esperienza cosciente di un determinato evento o perché si costruisca una consapevolezza del Sé o del proprio corpo, mentre l’esperienza cosciente è più che essere svegli ed attenti: richiede un intimo senso di sé nell’atto dl conoscere, implica un sé che osserva e si osserva. E’ qui che sta il punto di passaggio tra coscienza e consapevolezza. La consapevolezza entra in gioco quando non solo conosciamo, ma viviamo con partecipazione diretta le nostre azioni e pensiamo di riferirci ad una sensazione di sentirsi consapevoli. Viene da fare un’assonanza fra la coscienza così intesa e il concetto di K di Bion e la consapevolezza e il “divenire in O” sempre di Bion. Per esempio se un bambino non ha mai visto un cane in precedenza, la sensazione visiva indotta dall’immagine di un cane non sarà associata ad un significato preciso (cos’è un cane). Se invece ha già visto dei cani o immagini di cani, in base ai ricordi che si riferiscono a queste esperienze il bambino avrà creato una categoria generale, uno schema che gli permette di classificare la sensazione visiva. In questo caso verranno quindi attivati anche i gruppi neuronali che rappresentano la categoria o il concetto di “cane”. Secondo Edelman, la simultanea attivazione di gruppi neuronali percettivi (vedere un cane) e categorici (avere una categoria “cane”) produce una sensazione interna che definisce “coscienza primaria”: la consapevolezza che l’immagine corrisponde a quella di un animale familiare evoca una sensazione interna conscia, e questo è ciò che intende per “presente ricordato”. Inoltre, Edelman sostiene che con lo sviluppo del linguaggio i gruppi neuronali che mediano la creazione delle rappresentazioni linguistiche permettono la comparsa di una diversa forma di coscienza. Nei bambini più grandi, che hanno già imparato a parlare, la vista di un cane è associata all’attivazione di gruppi neuronali percettivi e categorici, che generano una coscienza primaria dell’animale, ma vengono anche attivati i gruppi neuronali implicati nella rappresentazione linguistica/simbolica del “cane”. La simultanea attivazione di gruppi neuronali categorici e linguistici-simbolici porta ad una “coscienza di “ordine superiore”, nell’ ambito della quale il bambino può superare i limiti del presente ricordato, ed è in grado di riflettere sul passato o di fare programmi per il futuro. Si evince sempre di più che il faticoso lavoro del pensare che si esprime con una nostra consapevolezza su ciò che ci sta accadendo porta ad eliminare almeno in parte l’essere schiavi della tirannia della risposta istantanea agli stimoli esterni ed interni. In natura, dice Lorenzini (2015), quando uno scimpanzé vede morire un amico o un parente si dispera solo fin tanto che ne percepisce la disgrazia. Girato l’angolo, viene distratto da nuove percezioni e si allontana dal suo dolore. Questo vuol dire che anche un animale così evoluto come lo scimpanzé vive nel dominio della coscienza primaria la quale, essendo centrata attorno alle percezioni, si presenta con la caratteristica della discontinuità. “La situazione, tuttavia, cambiò drammaticamente per la povera Washoe ( lo scimpanzé) che, avendo inserito l’esperienza di quella perdita nella narrazione di sé, era diventata perfettamente capace di ritrovarne il ricordo, come fu chiaro in seguito, ogni volta che il discorso cadeva su argomenti similari (madri, bambini, persone morte…) e ogni volta era riafferrata dal proprio dolore” (Lorenzini, 2015). La continuità del sé e la continuità dell’oggetto sono i requisiti basilari della coscienza superiore e che tali requisiti sono semplicemente il frutto della riorganizzazione della coscienza che si allontana dallo stimolo immediato della percezione e si lascia attrarre da quello rappresentato dalle parole che vanno a comporre il filo del dialogo interno della coscienza primaria, quando questa si lascia attrarre e intenzionare dalle metafore linguistiche di ordine superiore. Edelman «Ho fatto una distinzione, che ritengo fondamentale, tra coscienza primaria e coscienza di ordine superiore. La prima è lo stato di consapevolezza mentale delle cose del mondo, in cui si hanno immagini mentali del presente; ma non si accompagna affatto alla sensazione di essere una persona con un passato ed un futuro. È ciò di cui sono presumibilmente dotati alcuni animali senza linguaggio né semantica. La coscienza di ordine superiore, invece, comporta il riconoscimento, da parte di un soggetto raziocinante, dei propri atti e dei propri sentimenti; incorpora un modello dell’entità personale, del passato e del futuro, oltre al modello del presente; rivela una consapevolezza diretta – la consapevolezza non inferenziale, o immediata, di episodi mentali senza il coinvolgimento degli organi di senso o di recettori. È ciò che abbiamo noi, esseri umani, in aggiunta alla coscienza primaria: siamo coscienti di essere coscienti» (Edelman, 1993, p. 174). Nella definizione di coscienza primaria rientrano tutte le esperienze coscienti di un bambino in epoca preverbale, con una cruciale differenza rispetto agli esseri umani più adulti, l’impossibilità di poter comunicare in parole le proprie esperienze. L’autore non descrive prestazioni procedurali inconsce, ma una forma di coscienza non manipolabile volontariamente da chi la sperimenta, priva di un’immagine di sé del soggetto ed inscritta in un orizzonte temporale di pochi secondi. Ritornando al nostro tema e parafrasando il titolo di una nota opera di Edelman, “Sulla materia della mente” (Edelman, 1993), possiamo dire che dalla materia si arriva ad un’evoluzione della mente, la coscienza – una forma di coscienza molto vicina alla sua genesi, radicata nel corpo, con le interazioni basiche della sopravvivenza – e per questo motivo definibile “incarnata”. Possiamo descriverla come attiva e personale ma allo stesso tempo passiva ed impersonale, perché le scene che si generano irrompono già confezionate nella coscienza, ad essa imponendosi. Dunque potremmo affermare che l’essere soggetto attivo è passivamente fatto , (Lorenzini, 2015). Inoltre, con la coscienza primaria il soggetto non ha ancora idea di essere un dato soggetto perché, non avendo possibilità di rievocare volontariamente le precedenti scene, non può generare una “scena” di sequenze temporali e dunque una storia, un’idea di sé stesso: il soggetto in un certo senso è immerso in un eterno presente in cui in ogni situazione si presentano alla coscienza una scena ed atti da compiere: non ci sono ancora i perché, ma direi solo una sorta d’estasi d’essere e motivazioni ad agire autoevidenti (come ad esempio “paura quindi scappare”). Per descrivere la coscienza primaria, Lorenzini parla dell’eccitazione esistenziale del surfista rapito nell’istante in cui cavalca l’onda, facendo rapidissimi aggiustamenti per stare in equilibrio (Lorenzini, 2015). Un soggetto cosciente “primario” può solo pensare e esperimentare con meraviglia “essere!”, essendovi un vuoto nell’essere quel dato soggetto (perché non ha costruito ancora una narrazione su di sé). Eppure quel “vuoto” è proprio il suo essere soggetto che più tardi potrà dire “io sono”. Il passaggio tra le due forme di coscienza, è invece una valorizzazione del ruolo della coscienza primaria nel funzionamento della coscienza di ordine superiore o “coscienza della coscienza”. Se infatti solo con quest’ultima il soggetto può prendersi carico della propria storia si può dire che non sia possibile sostenere che la coscienza primaria sia solo una premessa necessaria, ma fondamentalmente ininfluente sulla coscienza di ordine superiore: al contrario, a questa conclusione si giunge necessariamente se consideriamo la coscienza di ordine superiore una funzione emergente rispetto alla pre-esistente coscienza primaria. In questo caso dobbiamo necessariamente ritenere che le sue manifestazioni non siano più riconducibili a livelli precedenti. La conseguenza logica di tale posizione è una svalutazione degli aspetti implicito-procedurali della relazione terapeutica altresì documentati in letteratura, il «qualche cosa in più» di Tronick (2008, p. 247) ed i lavori di Beebe e Lackmann e di Tronick sull’interazione infante-caregiver (Beebe, Lackmann, 2003, Tronick, 2008), per citarne alcuni. Inoltre tale posizione, a mio parere, non dà conto della realtà clinica di pazienti gravi, nei quali è possibile ipotizzare che qualcosa al livello implicito renda impossibile il passaggio al livello di organizzazione successivo – la coscienza della coscienza – in specifiche aree relazionali (Carbone, 2014). Diventa cruciale ricordare che il fenomeno coscienza, sia essa primaria o di ordine superiore, emerge sempre da processi bio-neurologici impersonali inconsci; la suddivisione della coscienza in due fasi non presuppone due sistemi separati: esiste una sola coscienza che inizialmente è limitata al presente e solo successivamente sviluppa la possibilità di collegare anche volontariamente presente, memoria del passato e previsione del futuro, il tutto organizzato in una narrazione che costituisce l’immagine di sé stratificata cronologicamente. Ho detto “anche volontariamente” perché resta il fatto che non decidiamo ciò che appare alla nostra coscienza: ciò che la coscienza divenuta di ordine superiore ci permette di fare in più rispetto alla coscienza primaria è decidere volontariamente cosa fare delle scene che si presentano, o meglio s’impongono, a meno che una patologia demenziale ri-confini il soggetto al semplice presente, senza passato e futuro. Ma tra la fase in cui la coscienza è solo primaria a quella in cui assume le funzioni di ordine superiore vi è una differenza sostanziale. Nel primo caso un bambino in età preriflessiva è cosciente di un’interazione spiacevole per pochi istanti – il presente ricordato di Edelman (1993) – dopodiché i sistemi impliciti che provvedono a regolare la relazione (Beebe, 2003) possono sono eventualmente evitare il ripetersi di interazioni che hanno fatto apparire nella scena cosciente un dolore intollerabile. La scena è stata cosciente, ma non può essere rievocata volontariamente, ed i sistemi impliciti procedurali – inconsci – prevengono la ri-attuazione della scena. Potremmo dire che in quella fase evolutiva la coscienza è “volatile e dipendente” perché la sua evocazione è brevissima e totalmente dipendente dai sistemi inconsci. Possiamo pensare che questa scena cosciente collegata a situazioni precise “esca dal repertorio”, e quando il soggetto potrà rievocare volontariamente memorie, non avrà più la possibilità di richiamarla, semplicemente perché a suo tempo è stata marcata come “da non rievocare” dai sistemi impliciti. Non essendo rievocabile volontariamente non può essere inserita in una narrazione cosciente. Un certo filone di pensiero collegato ad alcune esperienze non verrà più affrontato coscientemente, anche quando la maturazione del sistema nervoso centrale produrrà “la coscienza della coscienza” l’evitamento proseguirà con modalità non coscienti. La scena resta potenzialmente riproducibile, ma i sistemi impliciti continueranno a prevenire la sua ri-evocazione: solo un nuovo accadimento nel sistema implicito potrà riprodurre le condizioni perché si formi una scena cosciente. Solo a partire da questo punto, anche se connotata da dolore, la scena potrà essere mantenuta nella successione di momenti presenti in virtù della capacità del soggetto di rievocare volontariamente, e potrà entrare a far parte di una storia. Questo punto di vista ha conseguenze sul piano clinico. In primo luogo presuppone che quanto avviene nella fase in cui vi è solo una “coscienza volatile e dipendente” abbia ancora una sua importanza sul piano clinico: si tratta pur sempre di esperienze coscienti, non di una mera regolazione tra sistemi cognitivi che assumeranno un significato umano solo a posteriori, sebbene quanto può ripresentarsi alla coscienza sia pesantemente condizionato dalle relazioni implicito/procedurali con il care-giver. La coscienza, la quale certamente non può essere se non esplicita, qualora sostenuta solo da meccanismi impliciti diventa “volatile e dipendente”. Ma se le esperienze dolorose sperimentate coscientemente da un infante per brevi successioni di istanti non possono essere manipolate volontariamente in una sequenza cosciente volontaria, che traccia lasceranno, come continueranno ad operare? Se queste esperienze – la cui reazione evitativa globale del soggetto è memorizzata negli schemi procedurali impliciti – sono alla base di stili di vita gravemente disfunzionali, e se la loro rievocazione volontaria da parte del soggetto è impossibile per motivi neurofisiologici, ritengo sia ragionevole domandarsi come sia possibile agire sul sistema implicito in modo tale da rendere nuovamente disponibili pattern d’attivazione alla base di antiche scene dolorose, precedentemente interdetti ma necessari per ri-sperimentare coscientemente aree relazionali impraticabili. Usando la terminologia di Donnel Stern (2007), “l’esperienza non formulata” deve venire “formulata”, ma per far questo, più che agire sulla coscienza, penso sia necessario agire sulle premesse della sua evocabilità, contando sul fatto che nei nostri pazienti la coscienza, già divenuta di ordine superiore, potrà porre un’adeguata attenzione a quanto le appare. Ma la prima rievocabilità di alcune esperienze, dopo un lungo tempo di “congelamento”, risiede interamente nel procedurale. La coscienza primaria, che si ritrova nella scala evolutiva fino al cane, nasce dalle connessioni rientranti tra le categorizzazioni percettive in corso e una memoria di associazione valore- categoria, è una specie di presente ricordato. Essa collega stimoli paralleli temporali e spaziali in una "scena", che è l'immagine mentale degli eventi categorizzati in quel momento. Il fine adattativo è la sintesi e l'organizzazione dei cambiamenti che avvengono in un ambiente con molteplici segnali paralleli, onde poter dirigere selettivamente l'attenzione, correggere gli errori, scegliere il comportamento più adeguato. La coscienza di ordine superiore presuppone le capacità linguistiche; essa è presente negli scimpanzé, che però non possiedono le basi cerebrali per una successione complessa di suoni articolati. Una volta che il linguaggio si è stabilito, nella memoria a lungo termine vengono inserite le relazioni segniche; queste interagiscono con la memoria concettuale di associazione valore-categoria per formare un modello del mondo; a sua volta questo viene distinto dall' esperienza percettiva in svolgimento, e così il presente ricordato si colloca tra il passato e il futuro: nasce la coscienza di ordine superiore. Mentre la coscienza primaria assicura la capacità di scelta tra le configurazioni di segnali presenti nel momento, la coscienza di ordine superiore fornisce a questa esperienza il senso di continuità. La si può ricondurre al senso d'identità, in quanto poggia sulla rappresentazione, che progressivamente di un Sé che agisce retroattivamente sull'ambiente; o all' «evolversi nel tempo di una struttura neurologica», che, come dice Hofstadter, «ci sembra sia l'essenza del sentire>>. La continuità del sé e la continuità dell’oggetto, quindi, sono i requisiti basilari della coscienza superiore, afferma Lorenzini (2011) “è che tali requisiti sono semplicemente il frutto della riorganizzazione della coscienza che si allontana dallo stimolo immediato della percezione e si lascia attrarre da quello rappresentato dalle parole che vanno a comporre il filo del dialogo interno. Proprio questo ininterrotto dialogo interiore, l’intreccio delle narrazioni che nel nostro intimo non smettiamo mai d’intessere fra loro, costituisce la trama psicologica della coscienza di ordine superiore. La coscienza superiore, dunque, “non è altro che” la riorganizzazione della coscienza primaria, quando questa si lascia attrarre e intenzionare dalle metafore linguistiche di ordine superiore.” La rivoluzione rappresentata dalla metafora (una determinata scena è quello che non è – e non è quello che è), è il motivo per cui essa apre alla dimensione psicologica della coscienza, e che, grazie a essa, gli eventi valgono non tanto per quello che sono nell’attimo in cui si svolgono, ma per quello che potrebbero diventare. Per questo motivo, in estrema sintesi, sarebbe forse più appropriato parlare di “futuro ricordato” o di “futuro imminente”, piuttosto che di presente ricordato. Manca un solo passaggio per saltare dall’automatismo (quasi) cieco dalla esperienza relazionale che si svolge nel tempo presente alla visione anticipatoria del futuro che impone una scelta. Alla base della vera coscienza primaria c’è la capacità di “sentire” la differenza fra “ciò che vedono gli occhi” e “ciò che vede il cervello”, perché è questo scarto che rende possibile l’ingresso dell’intenzionalità nella danza relazionale. Possiamo identificare con le dovute differenze, la coscienza primaria alla prima esperienza elaborativa delle emozioni e quindi in suo insuccesso alla Alessitimia primaria, e ad un eventuale funzionamento somato-psichico, e invece la coscienza secondaria ad una più elaborata esperienza elaborativa emozionale è quindi una sua difficoltà potrebbe essere vista come una forma di Alessitimia secondaria con un ad essa collegato funzionamento mentale psico-somatico.

Coscienza autoriflessiva

Come in Edelman, in Damasio (1999) il valore adattivo della coscienza riposa sull’accoppiamento tra stimoli esterocettivi e stimoli interocettive (propriocettivi, viscerocettivi). Gli stimoli provenienti dall’interno del corpo, e che comprendono sia il monitoraggio delle funzioni viscerali e neuroendocrine e in generale del milieu interno (senso cenestesico, pertinente all’omeostasi), sia i continui aggiustamenti motori dell’apparato muscoloscheletrico, propriocettivo in genere e vestibolare (senso cinestesico), hanno funzione di invarianza: queste segnalazioni conferiscono all’organismo un senso di continuità nel tempo, che costituisce il sentimento di sottofondo sul quale si stagliano le percezioni correnti. Damasio lo chiama il “proto-sé”, intendendolo come una collezione corrente di configurazioni neurali che formano istante per istante le mappe dello stato della struttura fisica dell’organismo nelle sue numerose dimensioni, di cui non siamo coscienti. Il linguaggio non fa parte della struttura del proto-sé. Il proto-sé non ha caratteristiche percettive e non detiene conoscenza, ed è al di fuori del linguaggio. Quando un oggetto entra nel campo percettivo dell’organismo, questo registra contemporaneamente i mutamenti relativi all’oggetto e gli aggiustamenti richiesti all’organismo stesso per mantenere l’oggetto nel campo percettivo. L’organismo mette in relazione i due eventi attraverso il rientro, e quello che ne risulta è la coscienza nucleare, la quale è la registrazione del mutamento che si verifica nell’organismo in funzione dell’incontro con l’oggetto. Essa è la descrizione non verbale, per immagini, nei dispositivi cerebrali di rappresentazione, del modo in cui lo stato dell’organismo viene modificato dall’elaborazione di un oggetto da parte dell’organismo stesso e di come tale processo intensifica l’immagine dell’oggetto causativo, mettendolo in posizione saliente in un contesto spaziale e temporale. Sia in Edelman che in Damasio, la radice della coscienza va ricercata nelle attività autonomiche, vegetative, neuroendocrine, negli aggiustamenti vestibolari e muscoloscheletrici che sostengono la sopravvivenza (senso interno) e che formano il motivo di fondo sul quale si inserisce, volta per volta, la melodia relativa all’oggetto (senso esterno), e che sono parimenti al substrato delle emozioni. In Damasio, le modificazioni relative all’oggetto vengono momento per momento correlate con le modificazioni relative al proto-sé, in un processo che può essere formalizzato matematicamente, e tradotte in una narrazione non verbale (in un secondo tempo verbalizzabile) dell’incontro tra l’oggetto e il Sé: questa continua correlazione tra la mappatura dell’oggetto e quella del proto-Sé costituisce, come una musica contrappuntistica, la coscienza nucleare. Il proto-sé non è però ancora il Sé, è un riferimento, una costante nel tempo del funzionamento dell’organismo, più che un deposito di conoscenza o un percettore intelligente, ed è un fenomeno preverbale. La coscienza nucleare è la risultante dell’interazione dell’organismo con l’oggetto, e dell’informazione di ritorno sul cambiamento che l’oggetto produce sull’organismo. La coscienza nucleare però è solo il primo livello della coscienza; al di là del qui e ora della coscienza nucleare, a ritroso e in avanti, esiste la coscienza estesa, che è la capacità di essere consapevoli di una vasta estensione di entità ed eventi, costituendo il “Sé autobiografico”, quella più ampia estensione di conoscenze che comprende le specifiche informazioni biografiche dell’individuo. Siegel (1999) chiama la successione degli stati del Sé nel tempo la “coscienza autonoetica”, e la intende come capacità di viaggiare mentalmente nel tempo, creando rappresentazioni di noi stessi nel passato, nel presente e nel futuro, legata alla maturazione della corteccia orbito-frontale, che media la memoria episodica (terzo anno di vita). Il ruolo del Sé si evidenzia in Edelman nel passaggio da coscienza primaria a coscienza di ordine superiore. Qui i ricordi preesistenti e la segnalazione corrente che interagiscono per dare la coscienza primaria si organizzano in una successione temporale. Questa conferisce un ulteriore vantaggio adattivo, che è la liberazione dell’organismo dalla dipendenza obbligatoria dalla successione degli eventi nel tempo reale. Secondo Edelman, grazie all’acquisizione del linguaggio emerge la capacità di riferire i vari sistemi di memoria a una rappresentazione simbolica del Sé che agisce sull’ambiente e viceversa. La formazione di una memoria a lungo termine e dei sistemi simbolici tra cui il linguaggio permette una distinzione concettuale tra il passato della memoria e il presente ricordato della coscienza. L’ordinamento degli stati del Sé ancorati ad un riferimento linguistico costituisce la coscienza di ordine superiore. La coscienza estesa di Damasio risulta dall’integrazione di due processi: (1) l’accumulo graduale di ricordi pertinenti a una classe di oggetti, i ricordi autobiografici, che possono esser richiamati per un qualsiasi oggetto. Ognuno no di questi ricordi autobiografici viene trattato come un oggetto, diventando un induttore della coscienza nucleare, insieme al particolare oggetto che viene elaborato in quel momento; (2) l’attivazione, simultanea e di una certa durata, delle immagini la cui raccolta definisce il Sé autobiografico. Entrambi questi componenti sono reiterati e sono inondati dalla sensazione di conoscere che scaturisce nella coscienza nucleare. Il risultato è che ai ricordi autobiografici relativi all’oggetto viene associata la corrispondente rappresentazione del Sé, che acquisisce un senso di prospettiva, di possesso e di azione individuali più ampi della coscienza nucleare. La reiterazione protratta del sé autobiografico e di un oggetto associato è la chiave della coscienza estesa: le rappresentazioni di entrambi sono tenute simultaneamente attive dalla memoria operativa, ed esse generano in maniera contemporanea e correlata coscienza nucleare. In Damasio, il Sé nucleare è il protagonista transitorio della coscienza, generato per ogni oggetto che produce il meccanismo della coscienza nucleare. Il Sé autobiografico si basa sul Sé nucleare per iniziare il proprio graduale sviluppo, e sull’attivazione della coscienza nucleare generata dai ricordi; esso è dato dalle registrazioni permanenti delle esperienze del Sé nucleare, immagazzinate nella memoria implicita, ma attivabili e trasformabili nella memoria esplicita. In Edelman, la coscienza di secondo ordine presuppone una dimensione sociale del Sé, attraverso la quale venga organizzata la successione delle esperienze del presente ricordato e il loro riferimento ai sistemi simbolico linguistici, ed è qui che entrano in gioco i fenomeni di rispecchiamento sociale, poiché la costruzione di modelli richiede una qualche forma di trasmissione sociale implicante l’imitazione (Fissi, 2004).

Mancia su Damasio ed Edelman

Agli occhi di uno psicoanalista dice Mancia (2005), il discorso di Damasio non può non apparire molto riduttivo e privo di qualsiasi riferimento all'istanza che per la psicoanalisi muove il mondo psichico e il comportamento umano: l'inconscio. C'è, nel corso del volume, qualche sporadico riferimento a Freud, ma è completamente assente la cultura psicoanalitica, o un qualsiasi richiamo alla dimensione inconscia, rimossa e non rimossa, alla cui organizzazione per altro partecipa il corpo, non solo come entità organica fatta di carne e sensori, ma anche come produttore di suoni vocali e come veicolo di emozioni ed affetti. Nell'ambito di una discussione più completa sulla relazione/integrazione mente-cervello-corpo, Damasio non ha introdotto nel suo scritto il problema della memoria (esplicita ed implicita) e pertanto non ha introdotto il concetto di inconscio come una delle funzioni fondamentali della mente in grado di influenzare la stessa coscienza. Seguendo il suo stesso pensiero che le aree somatosensoriali possano essere considerate le «centraline» di esperienze che attivano l'amigdala e i circuiti dell'emozione e dei sentimenti, è possibile avanzare l'ipotesi che dalle stesse aree partano informazioni che attivano simultaneamente anche i circuiti della memoria esplicita ed implicita. Pertanto le esperienze somatosensoriali relative alle relazioni primarie più precoci, non possono non coinvolgere, insieme alle emozioni e agli affetti, quelle esperienze anche più traumatiche depositate nella memoria implicita. La conseguenza di questo complesso processo è l'organizzazione di una funzione inconscia non rimossa della mente su cui successivamente nel tempo si strutturerà l'inconscio legato alla rimozione. Sempre per Mancia (1998) parlando di Edelman dichiara: “ L’interesse per la “vita interiore” non poteva non condurre Edelman a confrontarsi con la psicoanalisi. Né è la prova il suo interesse per il concetto di “inconscio” che tuttavia fraintende, identificandolo con la non-coscienza o non-consapevolezza. Non coglie dell’inconscio la dimensione dinamica più profonda legata alle relazioni primarie del bambino e pretende di dare del concetto freudiano di rimozione una spiegazione ingenua secondo la sua teoria della selezione dei gruppi neuronali.”

Edelman, Damasio e Bion.

Bion attraverso il processo che lui chiama “lavoro del sogno alfa” intende ciò che trasforma il non mentale, de-concretizza o de-sensibilizza il reale e, converte in tracce mnestiche o qualità psichiche i dati bruti grezzi (elementi beta). Questa lavorazione produce gli elementi alfa, cioè immagini visive ( ma anche schemi uditivi, tattili, olfattivi). Gli elementi alfa poi si combinano fra loro in narrative più complesse e danno i pensieri onirici o pensieri del sogno che possono essere memorizzati ed usati sia per il sogno della notte sia per quello della veglia. E’ la prima alfabetizzazione della percezione, quindi capacità di sognare viene a significare capacità di riunire, dare coerenza ed assimilare impressioni sensoriali ed emotive grezze. Tutto ciò può essere accostato ai concetti di coscienza primaria e secondaria di Edelman o nucleare ed estesa di Damasio. Le trasformazioni degli elementi psichici descritti da Bion sono simili a quelle che con il linguaggio di Damasio vengono chiamati passaggio dai stai del proto-sé (lo stadio degli elementi beta e dell’assenza di coscienza riflessiva) alla coscienza nucleare (a questo livello si formano le descrizioni non verbali, le immagini- per Edelman i qualia-, gli elementi alfa, che danno un senso di sé nel qui ed ora), e da questa alla coscienza estesa o sé autobiografico ( la capacità di sognare-pensare che, oltre al qui ed ora, implica il potersi collocare nel panorama più ampio che comprende i ricordi del passato e del futuro). Il sé nucleare è già una narrazione minima, il cui contenuto è dato dalla relazione causale organismo-oggetto, che si dispiega nell’arco temporale di frazioni di secondi. E’ una narrazione senza parole, fatte di sequenze di immagini, ma anche di ritmi di sensazioni tattili, uditive ecc. che corrispondono all’attivarsi di schemi neurali. Come la tela di Penelope, la coscienza nucleare incessantemente si fa e si disfa. E’ la rappresentazione dinamica dell’attimo, l’unica possibile all’inizio della vita. La coscienza estesa presuppone necessariamente quella nucleare e può essere presente a vari livelli di intensità, in base ai gradi variabili dell’attenzione. E’ debole nel sogno forte nella veglia. La coscienza estesa comporta a capacità di prevedere eventi duraturi e di pianificare delle risposte e quindi di attuare dei comportamenti che non per forza devono avere un senso nell’immediato ma che possono acquisirlo solo in seguito. La funzione alfa quindi potrebbe secondo Civitarese (2013) corrispondere al passaggio di protoemozioni e proto-sensazioni del proto-sé a pittogrammi visivi o di altro ordine della coscienza nucleare, quindi ad un primo livello di alfabetizzazione delle emozioni. Gli apparati per sognare/pensare sarebbero deputati a far passare dalla narrazione elementare della coscienza nucleare alla piena consapevolezza di sé della coscienza estesa, che sarebbero il terzo ordine di organizzazione della psiche. E’ evidente che tra questi concetti non possono esserci corrispondenze precise, che le definizioni sono ambigue e comportano sempre margini di convenzionalità.